lunedì 9 dicembre alle ore 19.00 e alle 21.00 l'assolo di danza ispirato alla storica performance Titus-Iphigenia di Joseph Beuys del 1969,
a Goethe e a Gluck.
Lunedì 9 alle 19.00 e alle 21.00 va in scena nel Piccolo Teatro di Giulietta Iphigenia in Tauride - Ich bin stumm (io sono muta), assolo ispirato alla storica performance Titus - Iphigenia di Joseph Beuys Titus del 1969, alla tragedia di Goethe e all’opera di Christoph
Willibald Gluck. Proposto da Fondazione Lenz, si avvale delle scene e della regia di Maria Federica Maestri, della “imagoturgia” di Francesco Pititto ed è interpretato dalla danzatrice con grande “sensibilità fisica” Monica Barone. Dotata di altissima sensibilità performativa maturata nel rapporto con la propria specificità fisica, Monica coltiva con disciplina e passione – nonostante i numerosi interventi chirurgici al volto cui ha dovuto sottoporsi fin dalla primissima infanzia – i linguaggi della danza contemporanea.
«Al centro dell'area scenica, sospese tra i rami metallici di piante meccaniche, in un rispecchiamento nitidamente autobiografico si stagliano – spiega Maria Federica Maestri – le corna della cerva immolata e sgozzata al posto della giovane. Sul proscenio si erge un
piccolo altare, un freddo tagliere in acciaio, su cui è posto un lavacro per eseguire i rituali di purificazione. Su quell'altare, disobbedendo a leggi che ritiene ingiuste e disumane, Iphigenia non immolerà alcuna vittima, non compirà alcun sacrificio umano, ma con un rito
intimo e segreto implorerà gli dei di ritornare libera e di essere felice. Di fronte al loro silenzio, confusa e angosciata, decide di osare un'azione audace e di conquistare una nuova patria-corpo, libera da vincoli sociali e religiosi». «È ancora la biografia a muovere il corpo ed è ancora la vita a dare forma al movimento: il Tanztheater di Pina Bausch – aggiunge Francesco Pititto – ha segnato per sempre il
linguaggio coreografico. Le biografie dei danzatori sono state essenziali alla “compositrice di danza”, come la Bausch amava definirsi nel proprio lavoro, per delineare stati emotivi, gesti e movimenti, colori e scritture musicali in ogni opera. Monica, motivata da una profonda
necessità esistenziale, in particolare per questa Iphigenia, porta in scena se stessa e la propria vita, compie un rituale contemporaneo che necessita ancora di “danza”, oltre la parola, oltre il gesto, per essere libera di riscrivere la propria storia, per “trasformare il mondo”».
Nata a Caracas (Venezuela) nel 1972, Monica Barone si è diplomata all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dopo in collaborazione con l’esordio, a Milano nel 2000, come artista visiva, ha curato servizi fotografici pubblicati sul Corriere della Sera e sulla rivista tedesca Ballettanz. Tra gli spettacoli da lei interpretati, Paradiso. Un pezzo sacro di Lenz Fondazione, creato su commissione speciale del Festival Verdi di Parma. Ha studiato danza con Lucia Perego, Thierry Parmentier, Michele Abbondanza, Antonella Bertoni, Roberto Castello e Giorgio Rossi. In particolare, la grahamiana “contact improvisation” con Gabriela Morales, Jess Curtis, Lisa Nels