Sul podio Christophe Rousset. La nuova produzione è firmata da David McVicar. In scena Chen Reiss, Markus Werba, Luca Tittoto, Federica Guida e Svetlina Stoyanova.
Va in scena al Teatro alla Scala per cinque rappresentazioni dal 30 ottobre al 13 novembre la terza nuova produzione dell’autunno dopo il grande successo del Barbiere di Siviglia e di Madina: La Calisto di Francesco Cavalli viene eseguita per la prima volta al Piermarini con la direzione di Christophe Rousset e la regia di David McVicar. Il sontuoso spettacolo si avvale delle scene di Charles Edwards, dei costumi di Doey Lüthi, delle luci di Adam Silverman, della coreografia di Jo Meredith e dei video di Rob Vale. Nel ricco cast di cantanti, cui è chiesta accanto alla proprietà stilistica una brillante disinvoltura scenica, spiccano Chen Reiss, Véronique Gens, Olga Bezsmertna, Christophe Dumaux, Luca Tittoto e Markus Werba e le giovani Federica Guida e Svetlina Stoyanova.
La Calisto (1651) è insieme tra i suoi più alti raggiungimenti artistici e un perfetto esempio degli stilemi dell’opera eroicomica che presentava insieme personaggi mitologici e popolari in intrecci dai risvolti la cui audacia sarebbe stata bandita dai palcoscenici a partire dal secolo successivo ma soprattutto capaci di parlare al pubblico odierno grazie alla loro sincerità e capacità descrittive, unite alla limpida seduzione della melodia. Il libretto di Giovanni Faustini dalle Metamorfosi di Ovidio racconta come Giove, sceso con Mercurio su una terra sconvolta dal passaggio del carro di Fetonte, concupisca la ninfa Calisto, seguace di Diana, e per conquistarla assuma l’aspetto della Dea, che è invece attratta da Endimione. La gelosa Giunone si vendica crudelmente trasformando Calisto in orsa, ma Giove intenerito la chiama in cielo in forma di costellazione: l’Orsa maggiore.
La storia esecutiva moderna sottolinea dapprima gli aspetti più libertini e scopertamente erotici del libretto, spesso con risvolti grotteschi evidenziati dalla scelta di affidare a un tenore invece che a un soprano la parte di Linfea (Leppard) o di far interpretare Giove metamorfosato in Diana al baritono che canta in falsetto (Jacobs) invece che al soprano che interpreta Diana. Con il passare degli anni e l’approfondimento degli studi si afferma tuttavia una visione più complessa dell’opera, in cui le libertà personali e sessuali sono solo una parte di una visione filosofica più ampia in cui il libero pensiero si tinge di atmosfere neoplatoniche nella celebrazione della rivoluzione scientifica seicentesca.
Lo spettacolo
Proprio a questa visione aggiornata e consapevole di come la Repubblica di Venezia, in cui andava in scena l’opera, fosse patria e rifugio di libertà personali ma anche filosofiche, scientifiche e politiche, si ispira lo spettacolo di David McVicar. Molti commentatori recenti hanno individuato nella figura del pensatore – e astronomo – Endimione, castamente innamorato di Diana e orgoglioso difensore dell’indipendenza dell’intelletto, un riferimento a Galileo, costretto all’abiura pochi anni prima della prima dell’opera, nel 1633. L’analogia doveva essere evidente agli ascoltatori del Teatro di Sant’Apollinare (un teatro che viveva della vendita dei biglietti ma, per capienza e programmazione, non un teatro popolare) che dovevano essere assai più familiari del pubblico odierno anche con l’antichità classica e in particolare con le Metamorfosi di Ovidio. Nel libretto, oltre alla rivendicazione di libertà e autodeterminazione nella vita personale, incluso un riferimento non solo all’omoerotismo ma in generale alla libertà del piacere femminile, gli spettatori potevano leggere un manifesto dei valori dell’umanesimo, della dignità della conoscenza, dell’origine celeste degli uomini che all’armonia delle sfere sono destinati a ritornare.