Recensioni - Cultura e musica

A Mantova il talento di Mozart filtrato dalla figura della madre

Al Teatro Bibiena Iaia Forte ha dato corpo e voce ad Anna Maria Pertl, coniugata Mozart accompagnata al pianoforte da Leonardo Zunica e Stefano Giavazzi

Polvere sonora attraversata da impalpabili nuvole di scale ascendenti a mimare passi leggeri, aleggianti, di chi non è più. Di un corpo già fattosi voce da lontano. Il tappeto sonoro che Gabrio Taglietti ha costruito, con la consueta, aristocratica discrezione, attorno al monologo di Anna Maria Pertl, moglie di Leopold Mozart ma, soprattutto, madre di Wolfgang era, lo scorso 10 gennaio, al Teatro Bibiena di Mantova, un viaggio nella memoria fatto di lampi e di zone d’ombra, di reminiscenze e di rimpianti, avvolto nella nebbia che il tempo ha calato su quel mondo tramontato.

A dar corpo e anima a questa figura sempre laterale nella vicenda della famiglia salisburghese – due soli sono i ritratti a lei dedicati, peraltro piuttosto generici – era una torreggiante Iaia Forte che, sulla tela narrativa ordita da Guido Barbieri, per oltre un’ora, contrappuntava il proprio dire intimo, teso, struggente al nastro sonoro costituito da un fondale strumentale ostinato, già oscuramente presago, chiamato – come un libero flusso di coscienza – ad insinuarsi ciclicamente, senza posa, tra la luce delle note di Wolfgang, proiettando su di esse un alone di nebbia, di ipnotico tempo sospeso. Impossibile, per il numeroso pubblico che aveva sfidato la serata polare, non rimanerne stregati; impossibile allentare l’attenzione su quella figura in nero, già (ancora?) vestita a lutto, intenta a dipanare una confessione trasognata eppure ancora palpitante di vita, di desiderio, di ironia.  Nella stessa serata del 10 gennaio, nel lontano 1770, provenienti da Verona, i Mozart padre e figlio facevano il loro ingresso a Mantova, tappa obbligata sulla via di Milano, e, di lì a pochi giorni, il tredicenne Wolfgang avrebbe dato prova del suo prodigio in un memorabile concerto proprio sul palco dello Teatro Accademico (“Il più bello del mondo”, nelle parole che il ragazzo scriverà a madre e sorella in una lettera), strabiliando la nobiltà virgiliana con il suo estro improvvisativo e le sue composizioni intrise di ardito virtuosismo.

Oggi, in omaggio ai 270 anni dalla nascita, l’arte insuperata del genio salisburghese si riaffacciava, per istantanee, lacerti, schegge scomposte e ricomposte ad arte, nel prezioso découpage firmato da Taglietti. E lo stesso racconto in retrospettiva della madre era, a suo modo, uno scrigno per cristalli di memoria, liberi e disordinati come lo sono i pensieri lasciati scorrere senza briglie. Una galleria di aneddoti, impressioni, particolari apparentemente irrilevanti da cui, per fermentazione, germinavano riflessioni più profonde, considerazioni, nostalgie velate di disincanto: due figli di talento, di cui uno straripante di una genialità quasi inquietante, un marito cacciatore di sogni, cinico e infaticabile orditore del destino altrui, manager inflessibile di viaggi estenuanti per le strade sconquassate dell’intera Europa, a bordo di carrozze cariche di abiti, teiere, scaldamani, carte stradali, una tastiera per l’esercizio quotidiano, l’immancabile libro mastro su cui annotare contatti, esibizioni e compensi. In questo racconto erratico si inserivano i commenti musicali affidati a Leonardo Zunica e Stefano Giavazzi, chiamati a tracciare,  avvolte dalla cornice delineata da Taglietti, un percorso emblematico attraverso frammenti di Sonate mozartiane per pianoforte a quattro mani: dalla freschezza quasi infantile della K 19 in do maggiore, composta durante il viaggio londinese del 1765, fino alle più mature K 497 in fa maggiore e K 521 in do maggiore, appartenenti agli stessi anni inquieti e febbrili del  Don Giovanni.

Il cuore emotivo della narrazione aveva il suo fulcro nel soggiorno parigino del 1778, rievocato come spazio di ritrovata intimità tra madre e figlio ormai giovane uomo, lontani per un momento dalla pressione della famiglia. Proprio nella Parigi afosa di inizi luglio, Anna Maria Pertl avrebbe trovato la morte dopo breve malattia, consumata dal viaggio e dalle fatiche. «Si è spenta come una candela», scrisse un affranto Wolfgang dando la tragica notizia a casa: un’immagine tornata come sigillo poetico sull’intera narrazione, inquietante presagio a una vita – quella del compositore – destinata anch’essa a bruciare in fretta, tra rifiuti e incomprensioni, debiti e lavoro forsennato, fino alla solitudine degli ultimi anni e alla sepoltura in una fossa comune. Un gioco di specchi temporali costruito in sapiente equilibrio di parola, musica e silenzio, a perfetta anteprima di Mantova Musica 2026, di cui Zunica e Giavazzi sono anche direttori artistici.