Recensioni - Cultura e musica

A Sabbioneta si spezza la corda ma non l'incantesimo

Affascinante concerto dell'ensemble Umbra Lucis per il Sabbioneta Chamber Opera Festival

Dal vivo, tutto può succedere. Anche che una corda – specie se di budello naturale, anziché sintetica – si spezzi. Occorre quindi provvedere all’istante e sostituirla, un po’ come si farebbe con la gomma di un’auto. Ed ecco che, per la delegazione di ragazzi del liceo Sanfelice che riempivano la platea del Teatro all’Antica di Sabbioneta, l’esperienza dell’ascolto (probabilmente la prima della loro vita, in materia di barocco) si faceva di colpo occasione per sbirciare la miracolosa macchina dello spettacolo anche da dietro le quinte, dai complessi meccanismi ed equilibri che sottendono il suo compiersi.

Di questi minuti vuoti, ha approfittato Fabrizio Lepri, insieme a Teresa Peruzzi, Stefano Lorenzetti e Laura Andreini, anima della formazione Umbra Lucis, applaudita protagonista, lo scorso 7 novembre, del penultimo appuntamento del Sabbioneta Chamber Opera Festival. “Ai tempi di Vespasiano Gonzaga”, ha detto rivolgendosi ad un uditorio sorprendentemente attento e curioso, “la musica esisteva solo nella dimensione viva dell’ascolto diretto. Oggi si fatica a comprendere la portata di questa dimensione, con la tecnologia che ci permette di ascoltare qualunque cosa, ovunque e in qualunque momento del giorno e della notte. Ma se a distanza un ascolto si consuma passivamente, in presa diretta esso diventa qualcosa di trasformativo, di definitivo”. E chissà se, almeno per qualcuno degli studenti che, per un’ora, hanno accompagnato con silenziosa partecipazione lo scorrere delle pagine, è scoccata la fatale scintilla dell’innamoramento.

L’impaginato, che sulla carta prometteva un affascinante confronto tra le scritture di Bach e di Telemann, “tradiva” le promesse, cancellando il nome del secondo e lasciando al solo Kantor il momento culminante della serata, con due stralci dalle Cantate BWV 21 Ich hatte viel Bekümmernis e BWV 199 MeinHerz schwimmt im Blut e, soprattutto, con la celeberrima Suite BWV 1007 per violoncello solo che qui, nel travaso dalla corda ad arco alla corda pizzicata del violoncello, molto perdeva del suo plastico, guizzante gioco di danze e di umori. Ma, in compenso, con garbo e bella conduzione - merito, soprattutto, dei due archi - svelava rarità. Il Bononcini aulico e introverso di un’aria tratta da Il ritorno di Giulio Cesare, l’affascinante Fourqueray dei Pièces à trois violes, l’oscuro Samuel Friedrich Capricornus, con i suoi cromatismi accesi su un tappeto di intenso pathos. In un concerto, il fuori programma di una vera e propria lezione su cui meditare.