Teatro Filarmonico esaurito per la celebre sinfonia preceduta dal concerto per violino di Šostakóvič
Continua l’interessante stagione sinfonica al Teatro Filarmonico di Verona, con un concerto dedicato a Dmítrij Šostakóvič, Concerto per violino e orchestra n. 1 in la minore op. 77, seguito dalla celebre Sinfonia n. 9 in mi minore op. 97 “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák.
Si inizia con il concerto per violino di Šostakóvič, lavoro del 1948, che mantiene per certi versi le promesse moderniste della prima parte della carriera del musicista, ma stemperate in una ricerca di sonorità più rarefatte, come quelle sognanti del primo movimento Notturno (Moderato). Ritroviamo lo stile giovanile dell’autore nel secondo e terzo movimento, dove i ritmi tornano incalzanti e le sonorità contrastate e sfrontate, con una lunga e indiavolata cadenza alla fine del terzo movimento. Il concerto si conclude con un quarto movimento (Allegro con brio), che richiami i ritmi tzigani e le danze popolari, con un violino solista in grande evidenza e un sapore prettamente russo, che fa tornare alla mente l’orchestra dei musicisti ebrei, evocati nella festa del terzo atto del Giardino dei Ciliegi di Anton Chekov.
Grande successo di pubblico per il virtuoso del violino Marc Bouchkov. Il violinista belga di origine russo-ucraine sorprende per perizia e coinvolgimento, regalando un suono nitido e preciso; sfoggiando decisione e grande perizia tecnica. Ottima l’intesa con l’Orchestra della fondazione Arena diretta da Francesco Ommassini. Molti applausi per entrambi. Bouchkov alla fine regala due bis, l’andante di Johan Sebastian Bach, e un bis conclusivo virtuosistico.
La seconda parte del concerto è dedicata a Antonín Dvořák e alla sua sinfonia più celebre: “Dal Nuovo Mondo”. Composta negli Stati Uniti nel 1893, la sinfonia dovrebbe trarre ispirazione da alcune musiche americane, in particolare gli spirituals, ma trasuda invece inventiva e colori tipicamente classici e mitteleuropei. Dvořák fa sua la grande scuola del leitmotiv wagneriano, ma la declina sugli accenti della classicità accademica, con la sostanza musicale di un Beethoven, richiami slavi e suggestioni che arrivano fino a Humperdinck. In particolare nel terzo movimento poi riconosciamo addirittura accenti fiabeschi, quasi infantili nel rincorrersi dei fiati, che fanno pensare a Mendelssohn. Il gioco del tema che ritorna nelle varie sezioni orchestrali è reiterato a volte quasi in maniera ossessiva, ma con una perizia armonica assoluta, che fa della sinfonia una continua scoperta dei temi melodici nascosti, che si rincorrono e appaiono qua e là all’interno dei movimenti, ma anche in un gioco di sprazzi e ritorni fra un movimento e l’altro.
Si tratta di un pezzo epico, eseguito di frequente, che l’Orchestra della Fondazione Arena affronta di slancio e in modo più che convincente, sapientemente guidata da Francesco Ommassini. Il direttore ha un gesto sicuro, classico, contenuto, stacca tempi coerenti con la tradizione, è efficace nel creare le giuste agogiche e nel calibrare il suono orchestrale. Il risultato è ottimo con margini di miglioramento nella definizione delle sezioni orchestrali e delle sottili finezze nei continui ritorni quasi accennati dei leitmotiv.
Teatro pieno ed entusiasta di appalusi nel finale.
Raffaello Malesci (Venerdì 15 Maggio 2026)