Grande successo per il concerto incentrato su Brahms per il Settembre dell'Accademia a Verona
Prosegue con un pubblico numeroso il Settembre dell'Accademia 2026, ovvero il XXXV festival internazionale di musica organizzato al Teatro Filarmonico dall'Accademia filarmonica di Verona.
Sul palco in grande spolvero la Baltic Sea Philharmonic, orchestra con base nella parte tedesca dell'isola di Usedom, affacciata sul Mar Baltico e divisa fra Germania e Polonia.
L'origine stessa dell'orchestra è una dichiarazione di pace e di convivenza, tanto che l'intento programmatico della compagine fondata nel 2008 è quello di creare un gruppo di giovani artisti uniti da una visione comune della musica e del modo di proporla. L'orchestra e il direttore infatti suonano a memoria, senza spartito davanti, ma non solo: tutti sono in piedi (eccetto i violoncelli che necessariamente devono stare seduti) e seguono la musica anche dal punto di vista fisico. Insomma niente di paludato o ingessato, ma un gruppo che lavora costantemente insieme, affiatato e compatto nel proporre l'orchestra sinfonica come un unico organismo sonoro, in cui i corpi dei musicisti palpitano insieme alle note di uno spartito che si dipana mentalmente supportato dagli sguardi di intesa fra gli esecutori, disposti a semicerchio in modo da potersi vedere, e il direttore.
Il risultato non è solo affascinante e innovativo, ma anche ottimo dal punto di vista della resa musicale.
Il direttore americano Robert Treviño ha diretto la serata con piglio deciso e contemporaneo. In apertura è stato eseguito l'interludio Mellanspel dalla cantata Sången Op. 44, opera del compositore Wilhelm Stenhammar, attivo in Svezia fra ottocento e novecento. A seguire le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra Op. 33 di Pëtr Il'ič Čajkovskij, con l'enfant prodige Charlotte Melkonian, nata in Germania nel 2013. Il concerto si è concluso con una tesa esecuzione della Sinfonia n. 1 in do minore Op. 68 di Johannes Brahms.
Molti applausi per la giovanissima Charlotte Melkonian, che cesella con assoluta perizia tecnica le variazioni rococò, fra intrighi di merletti sonori e rigore scolastico che avrà tempo di svilupparsi in un radioso futuro di pienezza interpretativa.
Punto clou della serata l'interpretazione della sinfonia brahmsiana, con Robert Treviño che stacca tempi netti, a tratti violenti, con un gioco smaccato di rimandi fra le sezioni orchestrali e gli strumenti solisti in prepotente evidenza, come l'oboe nel primo tempo della sinfonia. Il direttore ha un rapporto simbiotico con la compagine orchestrale: tutto respira e suona all'unisono, tanto che gli abbandoni lirici, come il "walzerato" degli archi del quarto tempo – che poi un walzer non è ma risuona della Vienna di Brahms più del celebre Danubio blu – vengono lasciati completamente all'orchestra, senza che ci sia necessità dell'intervento del direttore.
L'orchestra si segue come fosse un solista, il suono è sempre sublime e parla di condivisione, di gioventù e di un vero progetto comune. Non è poco.
Grande successo per tutti nel finale, con gli strumenti che vengono singolarmente a proscenio per gli applausi e due bis a furor di popolo: un pastiche sulle danze ungheresi di Brahms e una piccola cantata sentimentale – ebbene sì, i nostri musicisti cantano anche – su musiche di Arvo Pärt.
Raffaello Malesci (mercoledì 23 settembre 2026)