Recensioni - Cultura e musica

ARENA: Nabucco in cerca di identità

Negli ultimi lustri Nabucco è l’opera che, insieme ad Aida e Carmen, è stata riproposta più volte all’interno della stagione liric...

Negli ultimi lustri Nabucco è l’opera che, insieme ad Aida e Carmen, è stata riproposta più volte all’interno della stagione lirica areniana. Ma se per gli altri due titoli è possibile parlare di un’acquisita identità stilistica - le varie produzioni di Aida in chiave kolossal hanno sempre avuto vita medio-lunga, mentre Carmen ormai si identifica nella storicizzata regia di Zeffirelli - Nabucco ha conosciuto una serie di allestimenti di breve durata e sempre diversi tra loro, quasi fosse ancora alla ricerca di una sua vera chiave espressiva sul palcoscenico scaligero. Dopo le proposte in stile tradizionale di Rossi e di De Bosio (la seconda delle quali è l’unica ad aver superato le due stagioni), le fantasmagorie coreografiche di De Ana e il minimalismo di Gregori, l’ultimo tentativo si è sviluppato in chiave concettuale, nell’attuale messinscena che prevede regia, scene, costumi e luci firmate dal tedesco ormai italianizzato Denis Krief.
Nonostante le interessanti premesse di una scenografia, basata su di un praticabile-biblioteca, simbolo del sapere e di un cilindro-corona, simbolo del potere, che ha regalato qualche momento di suggestione, si è avuta l'impressione che neanche questo diventerà il Nabucco "di repertorio" dell’Arena di Verona, ma resterà l’ulteriore testimonianza di un rapporto interlocutorio ancora aperto tra l’anfiteatro e il titolo verdiano.
Vero tallone d’Achille di questo Nabucco è risultata la regia, che, eccettuato qualche movimento del coro, che in alcuni passaggi ricordava certe sequenze di cinema espressionista, ha disposto le masse quasi sempre in formazione da parata e a lungo immobili. Discorso analogo per i protagonisti, i cui movimenti ed azioni risentivano di un’impostazione teatrale non particolarmente moderna, al punto che in più di un’occasione si è avuta l’impressione di assistere ad una rappresentazione di avanguardia teatrale tedesca degli anni '70.
E’ indiscutibile che Nabucco sia un'opera quasi oratoriale, il cui vero protagonista è il coro, con funzione quasi sempre statica, tuttavia un apparato scenografico così elaborato lasciava intuire svariate possibilità per creare qualcosa di più a livello coreografico. Krief, al contrario, ha dato l’impressione di volersi dedicare più all’aspetto puramente estetico dell’opera, utilizzando la grande gabbia che dominava la scena, non tanto per trovare uno sviluppo dinamico alla drammaturgia, ma per creare degli effetti, peraltro spesso riusciti ed efficaci, grazie ad un sapiente uso di luci fredde e radenti. Hanno inoltre deluso i costumi, anonimi e generici al punto che sarebbero potuti andare bene per qualsiasi titolo, dalla Turandot al Wozzeck.
Dal punto di vista musicale Daniel Oren ha diretto con speditezza, forse a volte eccessiva, l'esperta orchestra della Fondazione Arena, coadiuvata da un coro in buona forma. Il cast vocale invece si presentava non del tutto omogeneo: Silvano Carroli era uno Zaccaria di grande volume ma con un'emissione che risentiva di eccessivo vibrato e di troppi portamenti, mentre ha convinto la prova di Giovanni Meoni, chiamato all'ultimo minuto in sostituzione dell'indisposto Ambrogio Maestri, che ha delineato un Nabucco dalla voce ben timbrata ed espressiva. Generosa l'Abigaille di Andrea Gruber, soprattutto nei "da capo" delle cabalette, spesso arricchiti di variazioni e cromatismi; corrette le prove dell'Ismaele di Giorgio Casciarri e della Fenena di Nino Surguladze.
Calorosa come sempre l’accoglienza del pubblico, ripagato dal tradizionale bis di “Va pensiero”.

Davide Cornacchione 16 agosto 2007