Recensioni - Cultura e musica

Abbracciatevi, moltitudini: a Palazzo Te, il Beethoven dei canti popolari

Il concerto del Ricercare Ensemble, aspettando il 2027, bicentenario dalla morte

Un invito a Palazzo Te è occasione di bellezza a cui è impossibile resistere. Anche se la serata torrida, il biglietto da visita di questo scampolo di pianura, richiede uno sforzo non comune. Lo scorso 19 giugno, a valere la candela, oltre al gioco di uno scenario artistico e architettonico senza pari, era la musica. Un assaggio di quel che verrà, aspettando quel 2027 che vuole la cabala dei numeri allineata sui due secoli esatti dalla morte di Ludwig van Beethoven e che qui, grazie alla sinergia tra MantovaMusica e il Coro da Camera Ricercare Ensemble di Romano Adami, ha trovato occasione alquanto intrigante.

Preceduto dal sapido antipasto del Trio op. 9 n°3, delineato con raffinata puntualità dal Nuovo Trio Italiano d’Archi, il genio di Bonn ha trovato, nell’evento serale, preziosa occasione per un’esplorazione tanto affascinante quanto – per angolazione, singolarità della proposta, inedita bellezza – sorprendente. Sul leggio della formazione di Revere, accompagnata al pianoforte da Stefano Giavazzi, con Federico Guglielmo al violino e Gregorio Buti al violoncello, a rivelarsi all’attento pubblico presente era il Beethoven trascrittore di canti popolari raccolti dalla tradizione europea, su invito di quella singolare figura di editore qual è stato George Thomson. Un forziere che spalancava all’ascoltatore angoli inediti non solo della fitta produzione beethoveniana – quasi duecento canti trascritti e arrangiati, tra melodie tedesche ma anche russe, polacche, tirolesi, siciliane, irlandesi, inglesi, danesi, e chi più ne ha più ne metta – ma, più sottilmente, in quel febbrile cantiere di analisi, profonda riflessione etica, esistenziale, ancor prima che strettamente musicale, sul valore della musica, sulle modalità con cui, ad un canto dato, restituire sapore, identità, valorizzandone lo spirito, nobilitandone l’anima. È, d’altronde, questa, musica di chi non ha voce, di gente semplice. Musica destinata a scorrere di bocca in bocca, là dove le grandi pagine della storia non arrivano ad illuminarne il profilo.

Per anni, Thomson corteggia il compositore con richieste pressanti, gli invia pagine e pagine di melodie, lo prega di dedicarvi un po’ della sua arte. Beethoven nicchia, inizialmente rifiuta categoricamente, poi, un passo alla volta, torna sui propri passi. Gli intenti rispettivi non potrebbero essere più lontani. L’uno pensa a questa come ad un’operazione commerciale, da cassetta. L’altro, piano piano, ne considera il valore sommerso di voce dell’umanità più sincera. La lingua franca con cui comunicano è il francese; le loro visioni, inconciliabili, troveranno, tuttavia il miracoloso punto d’incontro in una sequenza di gemme che la penna beethoveniana svelerà con appassionata discrezione, in punta di piedi, come suggerivano gli strumentisti che, con altrettanta sobrietà hanno accompagnato questo avvincente viaggio, con quello scandaglio che vuole esaltare la parola, la linea melodica con screziature armoniche capaci di rivelarne l’autentica, verginale purezza. Sono gli anni della maturità, ma anche della drammatica scoperta della sordità, della ricerca personale, disperata, solitaria, di un senso alla vita che quella drammatica nuova condizione sembra aver spazzato via. Di lì a poco, a suggello della sua Nona Sinfonia, si farà largo l’idea di inserire – scelta audacissima, mai osata prima –un coro che innalzi al cielo le parole dell’Ode alla Gioia di Schiller. “Abbracciatevi, moltitudini!”.

In questa prospettiva, il fervido laboratorio di questa rosa di VolksLieder e Opere vocali da camera, il mosaico di colori e umori del loro affresco in cui, a mescolarsi, non erano solo le lingue ma soprattutto le tinte espressive, il colore identitario del canto, consentivano di entrare nella dimensione più appartata dello sguardo beethoveniano sul mondo e di seguirne da vicino, quasi fianco a fianco, il processo creativo. Applausi meritati a coro, direttore, strumentisti e ai giovani solisti, il soprano Chiara Lasagna e il tenore Michele Concato, a cui Beethoven ha affidato la linea principale di alcune pagine, come il conclusivo “Come fill, fill, my good fellow”, con cui la compagine ha suggellato la serata. Un applauso particolare, inoltre, a Marco Pedrazzi, autore delle note all’ascolto e acuto suggeritore, con una preziosa introduzione al concerto, di approcci e angolazioni con cui attraversare questo fitto mondo di miniature. Un assaggio, si diceva, di quel compleanno a cui, nell’ormai vicino 2027, non vorremo mancare.