Masterclass con Riccardo Muti
L’evento
Si è conclusa il 2 giugno la seconda edizione della masterclass Cantare amantis est, condotta da Riccardo Muti nell’ambito del Ravenna Festival 2026 al Pala De André di Ravenna alla presenza di 3546 coristi giunti da ogni parte d’Italia, cinquecento in più rispetto allo scorso anno; cantori di tutte le età, dalla più piccola cagliaritana di sei anni al più anziano novantatreenne, di Budrio. Tutti felici di essere lì presenti a un evento di straordinaria portata, unico al mondo, di far parte di un unico e grandioso Coro diretto dal magistrale Riccardo Muti. “E la felicità dei loro volti era come un grido di vita”, citando la frase impressa sul retro delle t-shirt indossate dai cantori, appartenente a Don Minzoni cui si è inteso dedicare questa edizione, come memoria del suo nobile operato, tragicamente stroncato per mano fascista. E come Don Minzoni, Riccardo Muti ha fatto del bene ai cuori e alle intelligenze dei convenuti, donando loro, come per missione divina, pillole di sapienza e conoscenza musicale d’impagabile valore.
Per volontà del Maestro, l’evento è nato nel 2025 nel segno di Sant’Agostino, come riflessione sulla natura del canto, espressione profonda dell’anima, manifestazione d’ amore, linguaggio che nasce dal cuore, perché “Il cantare è proprio di chi ama”.
Un’ apologia sull’Italianità e sulla Musica.
Nelle due giornate di studio, Muti difende le sue origini e l’italianità, affermando di essere italiano completo, dalle Alpi alla Sicilia e di aver sempre creduto nell’Inno, nella Patria, nella Bandiera; nel contempo, auspica che i valori che contraddistinguono la cultura, l’arte, la genialità creativa dei musicisti italiani non vengano alienati, ma degnamente esaltati e apprezzati, come le musiche di Bellini, Donizetti, uniche per bellezza e pregnanza artistica, le partiture di Verdi in cui c’è la scientificità della musica in rapporto alla parola, alla lingua italiana. E come il più grande fra tutti, a giudizio di Beethoven, Luigi Cherubini, che si trasferì in Francia donando il suo genio ai teatri parigini. Sono anni che il Maestro chiede al Ministero che le sue ossa tornino a Firenze, in Santa Croce e chiede che si faccia una petizione comune perché Cherubini torni. E l’apologia sull’italianità prosegue parlando dell’Inno di Mameli, intonato il 2 giugno in apertura lavori, e di quanto sia scorretto affidarlo al canto di un solista, come avvenuto a Roma poche ore prima. Muti parla degli “italiani” come di un popolo serio che non può confondersi con una marcetta, sicché celebra la lingua italiana richiamando l’attenzione di tutti sul testo e sulla frase dell’Inno, da condurre con legato nella sua arcata, che va tenuta con nobiltà.
Muti sottolinea come l’Inno non sia per un singolo, bensì per un Coro perché nella coralità dell’Inno c’è tutta la potenza della Musica e l’identità degli italiani e si sorprende che il Capo dello Stato, nel giorno della Festa della Repubblica, abbia accondisceso a una simile stortura. Si spera che nel futuro, la Presidenza della Repubblica, alla quale per dichiarata volontà del Maestro Muti perverrà la registrazione dell’Inno, non dia più spazio a una simile anomalìa, tutta americana.
Il repertorio: una lezione d’interpretazione stilistica e storico-musicologica
Se lo scorso anno Muti si era sorpreso per i risultati raggiunti dal maestoso coro formato per lo più da amatori del canto, per la bellezza scaturita dall’intonazione corale di tre note pagine verdiane, tra cui il Va’ pensiero, quest’anno, il Maestro ha inteso alzare l’asticella scegliendo un percorso pervaso di spiritualità e preghiera, quale viatico per l’auspicata “pace”. Quattro i brani studiati ed eseguiti con la collaborazione del pianista Davide Cavalli. Si è iniziato con l’Ave Verum di Mozart, un breve gioiello “piovuto dal cielo”, per dirlo alla Muti, composto dal salisburghese sei mesi prima di morire. Un mottetto con cui il Maestro ha inteso dare una lezione di stile, più che di prassi esecutiva, trattandosi di un brano destinato a un organico ridotto. La preghiera alla luna, Casta Diva, cantata da Norma nell’opera eponima di Bellini è seguita all’incantevole brano mozartiano, eseguito dall’imponente coro con intima e immateriale spiritualità, dietro promessa del Maestro di inviarne registrazione al Papa.
La bellezza del brano belliniano, caratterizzato da una delle più splendide melodie di italico suolo è stata impreziosita dalla limpida e flessibile voce del soprano Maria Grazia Schiavo, emersa peraltro con drammatico pathos nel coro a cappella tratto dal Libera me della Messa da Requiem di Verdi. Su questo capolavoro, Muti si è soffermato offrendo una esaltante lezione di analisi e comparazione musicologica con il Requiem di Brahms. Una dissertazione interessante che ha portato a comprendere come nel Requiem di Verdi ci sia una richiesta, musica e parola restano sospese nel dubbio, nella speranza della pace, mentre il capolavoro brahmsiano è il Requiem della certezza e consolazione per i vivi per la raggiunta beatitudine. Più complesso il Prologo dal Mefistofele di Arrigo Boito per doppio coro, inquadrato nel periodo storico della “Scapigliatura”, alla cui luce si comprende la complessità e la struttura della partitura. Da un brano all’altro, Muti offre una lezione sui peculiari aspetti della Musica, basilari per una corretta interpretazione, a cominciare dalla “dinamica” che è “l’anima della musica”, proseguendo sull’importanza del “legato” della lingua italiana, da cantare come unda fluxit per rendere intelligibile il significato del testo, titolo compreso; e fa comprendere come per ogni opera debba essere colta e intesa l’oggettività della musica, tutto ciò che è in partitura, sebbene ciò che non si vede sia difficile da capire, sicché “La grandezza della Musica è che esprime l’inesprimibile”.
E per ogni brano, c’è l’indicazione di una strategia didattica che funziona e consente al Maestro di ottenere l’espressività desiderata!
Dedica
Il concerto eseguito a conclusione della masterclass ha messo in evidenza la potenza della Musica e del canto, quale mezzo di comunione ed espressività corale dell’animo umano, ma anche strumento di conforto per i genitori dei giovani deceduti nel rogo di Crans-Montana, ai quali il Maestro ha inteso dedicare l’Ave Verum di Mozart.
Conclusione
L’itinerario musicale seguito da Riccardo Muti ha recato in sé un messaggio carico di significato. Dalla celebre e celestiale melodia mozartiana, alle intime e ferventi preghiere elevate a Dio e alla luna, ogni brano è stato un tramite per chiedere la pace, la fine delle atrocità belliche, della sofferenza umana e dei bambini che muoiono di fame. E il Maestro cita Cassiodoro, il quale credeva talmente nella potenza della Musica, che è il canto della Natura e del Mondo, da invocarne la privazione divina per coloro che avessero continuato a comportarsi male.
E ne legge due volte il suo pensiero: “Mediante la Musica che sale su dalle segrete profondità della Natura, noi pensiamo in misura, parliamo in bellezza, ci muoviamo in dignità”.
In conclusione, Muti ringrazia tutti per aver concretizzato con il canto un messaggio di pace e si congeda con Ite missa est per aver reso possibile l’invio della corale preghiera.
Giovanna Facilla