Recensioni - Cultura e musica

Cremona: Pianismo sul filo della sottrazione

Al Teatro Ponchielli successo per il recital di Gabriele Strata

Il pianismo di Gabriele Strata, protagonista, lo scorso 12 marzo, di un applaudito recital incastonato nella bella Stagione di concerti del Teatro Ponchielli di Cremona, danza su un filo sottile che poggia su un gioco di rubati, reticenze, slanci subito ripresi e ricondotti ad un equilibrio di olimpica fattura. Per buona educazione, ma soprattutto per gusto di bellezza. Le miniature che, nella prima parte di serata, il giovane pianista veneto ha disseminato lungo il sentiero d’ascolto – sul leggio immaginario, il prediletto Chopin, a testimonianza del recente passaggio dell’interprete dalla ribalta, a Varsavia, del Concorso intitolato al genio polacco – sono un girotondo che, nel perimetro di una stanza, contiene e abbraccia mondi interi.

In principio, è il Valzer. Un oscillante, etereo ùnduetre che fluttua, sfugge, ritorna, scivola via e così, nel suo irrequieto, mercuriale movimento suggerisce, nell’universo di mezze tinte dipinto con pennino sottile dal pianista padovano, una stupefazione vissuta sottovoce, quasi in segreto. Lo spolvero strumentale sublimato in meditativo monologo interiore, con i fregi delle architetture restituiti in un’avvincente ragnatela di anticlimax. Miniature che si fanno costellazione, unite dal serico filo di affinità tonali in cui l’aristocratico La bemolle è voce narrante e architrave; dopo il saturnino op.70 n°2, anche la spavalderia dell’op.34, Valse brillante per eccellenza, rinuncia a qualche scintillio per mostrare il grand salon ormai vuoto, in un’aria da sera del dì di festa. Il magnifico gioco di pedale - teso, sapiente - è il terzo polmone di un fraseggiare sempre prezioso e attento a catturare l’insolito, il sorprendente, annidato tra il quotidiano, suggerito a mezza voce, a creare istanti come vuoti d’aria, come tuffi al cuore. E, inoltrandosi via via, l’op.64 n°3 diventa una Valse triste, struggente, contrappesata dall’incalzare sottile, discreto, dell’op.18, con il filo della frase sempre imbrigliato in una tensione che non accenna a calare.

Un’arte del ricamo, quella di Strata, che crea nuvole di vapore leggere, capricciose senza affettazione, sospese tra eleganza e asciuttezza. Di questo passo, la visione della Polonaise-Fantaisie op.61 appare, in un nitore quasi mozartiano, nel privilegio dato allo svelamento dei suoi interni tiranti, già vagamente inoltrata nell’autunno schubertiano che di là a poco attende l’ascoltatore, con il profilo giganteggiante della Sonata D 959. Nei suoi interrogativi, lo scalpello dell’interprete arrotonda linee, toglie spigoli, ovatta le escursioni dinamiche, rinuncia a qualche impasto a costo di presentare l’ossatura nella sua nuda polifonia in chiaro. Digitale, più che affondata, cameristica anche quando il tratto si impenna in onde turgide, tutta per sottrazione ed implosione. E sulla scia luminosa del suo accordo finale si affaccia, da lontano, quasi eco remota, l’opale della terza Ballata, la più intimamente chopiniana, la più segretamente danzante. Il filo del suo canto - un canto mai sul fiato, mai pienamente avvolgente. è una danza di ombre diafane, immateriali, così sottili da sembrare sul punto di spezzarsi, sempre incalzate da un pulsare segreto che ne muove il passo.

Ad accogliere, sulla soglia di una seconda parte di concerto interamente dedicata a Schubert, il raggelato sguardo su una natura immobile che abita il raro Minuetto D 600 con Trio D610, il suo incedere per istanti cristallizzati in un tempo sospeso, raggiunto come in sogno dai suoni di lontani corni echeggianti da chissà dove, prima di spegnersi, tra qui e altrove, in un pianissimo soffocato, davanti alle porte della penultima Sonata. Anche a cospetto di questo monumento, Strata sottopone la materia musicale al suo sguardo gentile e impietoso, così nitido da scarnificarne il corpo fino a svelarne l’intreccio interno, le sue voci dette e taciute, l’ossessivo andare, esitare, tornare sui propri passi. Ma, senza il riflettore di un suono più affondato, più parlante, senza il teatro dei contrasti, anche brucianti, che ne abitano le stanze, i mille preziosismi di questo disegno sono bruchi destinati a non farsi mai del tutto farfalla e scorrere veloci, quasi inosservati, sotto gli occhi dell’ascoltatore. Il ritorno del secondo tema, ogni volta sotto nuove spoglie, stenta a trovare altrettanti profili identitari. Tutta la narrazione, qui, è affidata al fraseggio, al gioco di pieni e vuoti, del contrappunto tra parola e silenzio. L’Andantino, sobrio e sliricato, con il suo canto struggente