Straordinario concerto di Ian Bostridge all'Auditorium Arvedi
Quattro secoli dopo la morte, John Dowland continua a parlarci con una voce sorprendentemente contemporanea. Non è soltanto il cantore della malinconia elisabettiana, come una vulgata ormai abusata vorrebbe; è piuttosto il primo grande anatomista musicale dell'interiorità moderna. Nei suoi Songs of Ayres, nelle sue pavane, il dolore si fa linguaggio, la perdita diventa forma, la lacrima principio costruttivo. Non c'è compiacimento elegiaco, ma una continua interrogazione dell'animo umano, una drammaturgia del dubbio e dell'assenza che attraversa i secoli senza perdere forza.
A quattrocento anni dalla morte, il Monteverdi Festival gli ha reso omaggio con un concerto monografico affidato a uno dei suoi interpreti più autorevoli: Ian Bostridge, accompagnato dalla liutista Kristiina Watt e dal consort di viole Fretwork. Nello scrigno dell’Auditorium Arvedi, lo scorso 11 giugno, il programma si addentrava nel cuore stesso dell'universo dowlandiano, alternando pagine celebri come Flow my tears, Come again, I saw my lady weep e In darkness let me dwell alle meditazioni strumentali delle Lachrimae, vero monumento della melanconia. Bostridge non cerca di restituire una presunta autenticità storica. Cerca qualcosa di più difficile: l'attualità emotiva di questa musica. Lo fa attraverso una lettura ormai radicalmente interiorizzata. La voce non possiede più l'abbagliante freschezza di un tempo. Il timbro si è assottigliato, il colore si è fatto più opaco, l'emissione denuncia talvolta il peso degli anni. Eppure, proprio questa fragilità sembra oggi diventare parte integrante del discorso espressivo. Di quella vocalità è rimasta la nobile armatura: una filigrana sonora che rinuncia a ogni seduzione esteriore per concentrarsi sulla parola. Bostridge canta come chi medita. Ogni frase è modellata con un'intelligenza narrativa rarissima; ogni inflessione sembra nascere dall'urgenza del testo. Laddove molti interpreti cercano la bellezza del suono, lui persegue la verità dell'accento. È una forma di teatro mentale, costruita per minime variazioni, per esitazioni, sospensioni, improvvisi addensamenti emotivi. Così, In darkness let me dwell diventava qualcosa di più di una semplice canzone: un manifesto poetico. Non soltanto di Dowland, ma dello stesso Bostridge. In quelle ombre, in quella continua oscillazione tra abbandono e resistenza, la sofferenza non veniva esibita ma, piuttosto, osservata, quasi studiata, fino a trasformarsi, attraverso quel commovente, lucido scandaglio, in esperienza universale.
Accanto a lui, il liuto di Kristiina Watt tesseva una trama sottile, insinuante, di straordinaria duttilità. Era suo il filo invisibile che teneva insieme il racconto, la voce segreta chiamata ad assecondare e commentare, con ogni arpeggio che sembrava nascere dal silenzio per presto ritornarvi. Una presenza discreta ma decisiva, custode raffinata dell'eredità della grande scuola liutistica britannica. Ancora più impressionante il contributo di Fretwork, ensemble che da decenni rappresenta un punto di riferimento assoluto nell'interpretazione del repertorio per viole da gamba. Le Lachrimae emergevano come un capolavoro di architettura affettiva: non semplici variazioni sul celebre tema di Flow my tears, ma un itinerario spirituale in cui il motivo del pianto si trasformava continuamente, assumendo sfumature di mestizia, rassegnazione, nostalgia, desiderio e persino speranza. Il suono del consort, omogeneo e luminoso pur nella sua severità, restituiva tutta la modernità di una scrittura che sembra anticipare la psicologia musicale dei secoli successivi. Al termine di un ascolto densissimo, l'impressione era che Dowland appartenga forse più al nostro tempo che al suo. Il suo dolore è una malinconia riflessiva, consapevole, letteraria. Un sentimento che raccoglie il segreto tormento petrarchesco e prefigura lo spleen di Baudelaire e certe inquietudini della modernità. Le sue lacrime diventano materia d'arte; i suoi ripiegamenti interiori, mappe dell'esperienza umana. e quando la musica si animava in ritmi di danza, non era mai il corpo a prevalere: anche le gagliarde e le almande si trasfiguravano a danze della mente, percorse da una sottile inquietudine. Un teatro in cui si danza restando immobili, come accade nei sogni.
A suggellare la serata, l'omaggio a Benjamin Britten, altro grande artista profondamente legato all'eredità di Dowland. Una presenza quasi inevitabile: pochi compositori del Novecento hanno saputo comprendere così intimamente il maestro elisabettiano, trasformandone la malinconia in linguaggio contemporaneo. Due mondi lontani quattro secoli che finivano per coincidere, suggellando con questo prezioso lascito il concerto, a dimostrazione che alcune domande restano aperte per sempre.