Recensioni - Cultura e musica

Due pianisti con una sola voce

Nadezda Pisareva e Georgy Tchaidze esordiscono per Genuin con L'adoration de la terre, tra Stravinsky, Debussy e Bartók

C'è qualcosa di profondamente coerente nel chiamare L'adoration de la terre il primo disco di Nadezda Pisareva e Georgy Tchaidze. Non soltanto perché dal Sacre du printemps, con la sua terra percossa e invocata, prende avvio il programma; ma perché tutto ciò che segue sembra ricondurre la musica a una medesima origine, a quel punto misterioso in cui il suono si fa gesto, il gesto diventa rito e il rito memoria. Stravinsky, Debussy, Bartók: tre lingue diversissime, riunite qui da una parentela più profonda delle date e delle scuole, intrecciate nel segno di quella ricerca di un'energia arcaica capace di generare il nuovo. Il Sacre apre la porta con la sua materia incandescente; le Épigraphes antiques di Debussy sembrano attraversarla nella direzione opposta, verso una dimensione sospesa, fatta di echi, apparizioni e silenzi; i Two pictures di Bartók riportano infine quella materia al corpo, alla danza, alla terra concreta del gesto popolare. Non tre brani semplicemente accostati, dunque, ma tre diverse forme dell'origine.

Nel Sacre du printemps, nella versione per pianoforte a quattro mani di Stravinsky, Pisareva e Tchaidze affrontano la partitura senza alcuna nostalgia dell'orchestra. È forse proprio questa la scelta interpretativa più felice: non cercare nei pianoforti ciò che appartiene agli archi, ai fiati, alle percussioni, ma lasciar emergere la struttura nuda, il disegno quasi geometrico di una musica che sembra nascere prima ancora di avere un colore. E allora, grazie anche alle straordinarie individualità dei due interpreti, il ritmo acquista un rilievo impressionante. Le sincopi si tendono come nervi, le cellule si sovrappongono e si urtano, mentre la forma procede con una lucidità che impedisce alla furia di diventare rumore. È una lettura tesa, fisica, ma mai esibita; la difficoltà resta sottopelle, trasformata in alata, purissima energia musicale.

Qui emerge la singolare natura di questo duo. Pisareva e Tchaidze sono due pianisti dalla personalità fortissima, ma nell'insieme non cercano mai di affermare individualmente la propria presenza. Al contrario, sembrano entrare l'uno nel pensiero dell'altro. Una mano anticipa, l'altra raccoglie; una frase si apre e già trova nell'altra parte la sua prosecuzione. Solisti di razza che hanno imparato a rinunciare all'io senza perdere la propria voce: una qualità che nasce evidentemente da una consuetudine musicale e personale lunga più di vent'anni, ma che non ha nulla di automatico. L'affiatamento, qui, non è mai semplice sincronismo: è ascolto, dedizione, cura. Ed è proprio l'ascolto reciproco a rendere così denso il loro Sacre, nel quale ogni dettaglio sembra avere una funzione all'interno di un organismo più grande.

Con Debussy cambia la luce. Le Épigraphes antiques sembrano raccogliere ciò che Stravinsky aveva fatto esplodere e restituirlo alla memoria, alla distanza, al mistero. Il gesto si fa più rarefatto, ma non meno intenso. Pisareva e Tchaidze trovano una sonorità limpida e raccolta, nella quale il silenzio non è un intervallo fra le note, bensì parte della musica stessa. Il loro Debussy non si abbandona alla vaporosità: conserva una linea, un'architettura, una misura quasi classica. La sensualità nasce dalla sottrazione.

Poi arriva Bartók, e la terra torna sotto i piedi. Nei Two pictures, nell'arrangiamento per due pianoforti di Zoltán Kocsis, il ritmo torna ad avere carne, polvere, movimento. La danza non è un'immagine del corpo: è il corpo stesso. I due interpreti ne colgono la rudezza, la tensione, le asperità, senza addomesticarle e senza trasformarle in folklore.

Così il programma si chiude là dove, in fondo, era cominciato: nella materia. Ma ciò che all'inizio era il rito selvaggio di Stravinsky è diventato, passando attraverso la memoria di Debussy, una forma più consapevole e insieme più intima dell'ascolto. È questo che rende L'adoration de la terre qualcosa di più di un eccellente debutto discografico. C'è una concezione, una direzione dello sguardo. E soprattutto c'è la rara sensazione che dietro ogni scelta interpretativa esista una domanda autentica sulla musica: da dove viene il suono, prima di diventare forma? Pisareva e Tchaidze rispondono con il loro modo di stare dentro la musica: con rigore, sensualità, intelligenza e quella rara capacità di tenere insieme la precisione della costruzione e il tremore della vita.