Recensioni - Cultura e musica

FESTIVAL PIANISITICO:Oppitz nella Vienna dell’800

Percorrendo il programma di questa quarantesima edizione del Festival “a tema libero” è possibile individuare qua e là dei micro...

Percorrendo il programma di questa quarantesima edizione del Festival “a tema libero” è possibile individuare qua e là dei micro-percorsi di ascolto probabilmente nati in modo casuale ma di sicuro interesse. Dopo i due concerti di De Maria e Volodos ampiamente dedicati al pianismo russo, quasi si fosse trattato di un’ideale prosecuzione del Festival dello scorso anno, ecco che a distanza di una settimana sono stati proposti i due più grandi cicli di variazioni concepiti per tastiera. Infatti a pochi giorni dalle “Goldberg” di Bach interpretate da Schiff, il tedesco Gerhard Oppitz ha eseguito le “Diabelli” di Beethoven, eredi naturali delle precedenti.
Ultima opera pianistica del maestro di Bonn questa composizione nasce dalla proposta del compositore Anton Diabelli rivolta ad alcuni importanti musicisti dell’epoca, di comporre una serie di variazioni su di un suo tema. Dapprima rifiutato ed in un secondo tempo accettato da Beethoven, questo progetto vedrà la luce nel periodo 1819–23, contando una lunga serie di battute d’arresto (un aneddoto vuole che la variazione 22 “Notte e giorno faticar” sia stata inserita in risposta alle continue pressioni di Diabelli stesso che reclamava la conclusione del lavoro).
Come nelle succitate Goldberg l’idea della variazione in questo caso non si limita ad arricchire il tema di figurazioni ornamentali e virtuosistiche lasciandone il profilo melodico sempre riconoscibile, seguendo quindi una tradizione assai consolidata all’epoca, ma il tema stesso viene analizzato in ogni aspetto strutturale offrendo lo spunto per nuove costruzioni di notevole libertà pur rimanendo all’interno di un grande rigore contrappuntistico.
La lettura offerta da Oppitz di questo capolavoro ha teso ad esaltarne la componente strutturale, optando per dei tempi abbastanza sostenuti che a mio avviso hanno leggermente penalizzato l’aspetto lirico-intimista che pure è presente in alcuni passaggi. Ecco quindi che si sono ascoltate delle fughe eccellenti, quali le variazioni 24 e 32, dei bellissimi allegri (n. 5 e n. 23), briosi e spigliati nell’esecuzione, mentre nei momenti più raccolti, penso ad esempio alla triade 29-30-31 si è percepita la necessità di un maggiore scavo in senso emotivo. Tutto questo, si intenda, nell’ambito di un’esecuzione che non esito a definire di primissimo ordine.
Il viaggio nella Vienna del XIX secolo è proseguito nella seconda parte con le due Rapsodie op. 79 e le sette Fantasie op. 116 di Johannes Brahms.
In questo caso Oppitz ha optato per un’interpretazione diametralmente opposta alla precedente, esaltando il romanticismo dei brani e valorizzando i chiaroscuri delle singole partiture. Il coinvolgimento da parte dell’esecutore in questo caso è stato pressoché totale, con risultati di rara efficacia; penso ad esempio al magnifico intermezzo in la minore, secondo brano del ciclo delle fantasie, ma di tutti i singoli pezzi si sarebbe potuto dire altrettanto.
Al termine applausi calorosissimi all’eccellente pianista bavarese che, provato dall’impegno del concerto, non ha concesso bis.

Davide Cornacchione 12/5/03