Recensioni - Cultura e musica

Funambules. Quando la tradizione accende la danza

Al Festival di Menton il trascinante concerto di Vassilena Serafimova e Thomas Enhco

Al Palais de l'Europe di Menton aleggia ancora il profumo di un'epoca signorile, colta, quando la cultura era insieme rito sociale e forma di eleganza, svago raffinato e necessità dello spirito. Un'atmosfera liberty, sospesa nell'ultima illusione di un continente che ancora ignorava la tempesta imminente. Ogni concerto sembra restituire, almeno per una sera, quella promessa di bellezza.

Oggi il Festival de Musique, sotto la guida di Paul-Emmanuel Thomas, continua a custodire e insieme rilanciare questa eredità. Lo fa chiamando i grandi protagonisti della scena internazionale, ma soprattutto continuando a scommettere sui giovani. Una scelta che, negli anni, si è rivelata una delle sue intuizioni più felici. Molti li abbiamo visti nascere proprio qui. Ragazzi quasi sconosciuti, affacciarsi con timidezza sul palco del Palais de l'Europe e, concerto dopo concerto, divorarlo. Talenti già cristallini, già impazienti di diventare destino. Come quelli di Vassilena Serafimova e Thomas Enhco. Due figli della musica, due prodigi diventati interpreti maturi e compositori di spiccata personalità: lei straordinaria marimbista bulgara, lui pianista, improvvisatore, spirito jazz in perpetua ricerca di libertà. Si incontrano nel 2009; da allora condividono i palcoscenici di tutto il mondo, costruendo un repertorio comune che è molto più di una semplice successione di trascrizioni. È una maniera di interrogare la tradizione. Di entrarvi in punta di piedi e, insieme, di aprirla dall'interno. Senza banalità, senza arroganza; piuttosto, con quella curiosità febbrile che appartiene soltanto a chi sa che i classici non chiedono di essere venerati, ma continuamente interrogati. Attraversano la musica come si fa con un paesaggio, con un confine, sorridenti e spavaldi, su quel filo teso sul vuoto. Non per sfidare la caduta, ma per scoprire cosa si nasconda nell'equilibrio.

Funambules, titolo del programma del penultimo appuntamento, del Festival, giunto alla sua edizione numero 77, era già un manifesto. Funamboli, appunto. Transfrontalieri. Liberi, lavici, gioiosi. Con lei il ritmo diventa canto. Con lui il canto si trasforma in impulso, in slancio, in invenzione. Si inseguono, si provocano, si completano, in un dialogo serrato, spiccatamente teatrale, che il 6 agosto scorso, in un Palais de l'Europe gremito, ha letteralmente stregato il pubblico. L'apertura era affidata al sommo Bach: il Preludio n. 10 in mi minore BWV 855, reso celebre anche grazie alla trascrizione di Siloti, qui a sua volta reinventato per pianoforte e marimba, a firma del duo stesso. La mesta perfezione del contrappunto, quella malinconia trattenuta che sembra respirare nel tempo sospeso, assumeva un colore nuovo, quasi impalpabile. Una nube sonora. Un'ipnosi. Poi, d'improvviso, l'incantesimo mutava pelle. Il cristallo della scrittura sembrava incrinarsi, liberando un fremito inatteso: una pulsazione di ascendenza sudamericana, in sette quarti, che non tradiva Bach, ma ne svelava, piuttosto, un'energia riposta, l’anima ribelle di una danza sghemba che cova sotto la pelle delle austere geometrie. È questo, d’altronde, il talento di questi due prestigiatori della musica: attraversare il repertorio senza adulterarlo. Farlo proprio senza possederlo, conservare la parola dei grandi dentro una sorta di scatola magica che, una volta caricata la molla, restituisce prospettive impreviste. Così, la prima Romanza senza parole op. 19b di Mendelssohn dispiegava tutta la sua sorgiva cantabilità: la nobiltà della melodia acquistava, in questa angolazione, una trasparenza nuova, come osservata attraverso un vetro colorato.

Poi, il concerto cambiava latitudine, a lambire l'Europa più profonda: quella contadina, viscerale, antica. La Bulgaria delle origini di Vassilena Serafimova. La terra degli avi. Poi, la grande madre Russia. Nel Daichovo horo, la marimba viene quasi imprigionata da una sordina che trasforma la percussione in un canto ovattato, remoto. Un canto danzante. Una danza che sembrava nascere direttamente dalla voce della terra. E Kalimankou Denkou attraversava il tempo come una visione: il passato immobile e rituale improvvisamente si ritrovava rifranto in un presente inquieto, pulsante, attraversato da continue metamorfosi. Lo struggente Rachmaninov di Les Larmes, dalla Prima Suite per due pianoforti, riportava invece il discorso verso quella malinconia tutta russa che non appartiene tanto alla tristezza quanto alla memoria. E di fronte a tanta bellezza, Enhco e Serafimova dimostravano qui la loro istintiva, immediata capacità di far parlare gli strumenti, di insinuare il suono negli interstizi del silenzio, lasciando che la musica dica ciò che le parole non potrebbero sostenere. Di quel linguaggio aperto, inquieto, è figlio Le vent se lève, composto da Thomas Enhco durante i mesi della pandemia. Una pagina attraversata dall'aria: il vento soffia, sposta, dilata gli orizzonti, trasforma continuamente il paesaggio sonoro. Una scrittura libera, evocativa, naturalmente cinematografica, non a caso divenuta anche colonna sonora. La conclusione era l’ideale chiusura di un cerchio: l'omaggio ad Astor Piazzolla, che riportava la memoria agli inizi dell’avventura artistica di questo duo incendiario, quando diverse edizioni fa, proprio con la musica del compositore argentino, i due giovanissimi interpreti si erano presentati al pubblico del Festival di Menton. Come se ogni viaggio, dopo infinite deviazioni, conservasse il desiderio di ritrovare il proprio punto di partenza. Infine, a gran richiesta del pubblico, un ultimo dono, ancora attinto al patrimonio della nativa Bulgaria. Ancora radici. Ancora memoria. Su una danza popolare si sovrapponevano, quasi inattese, le voci di Serafimova ed Enhco. A labbra appena socchiuse. Non canto, non parola: un vocalizzo casto, quasi una preghiera. La musica si faceva, così, respiro condiviso.