Maestro concertatore il sudcoreano Samuel Lee
La stagione sinfonica 2025/26 all’Opera Carlo Felice di Genova regala una serata di fascino ad un pubblico che gremisce il teatro ed applaude instancabile, entusiasta, costringendo il pianista Alexander Gadjiev a concedere ben tre bis sotto lo sguardo compiaciuto del Direttore Samuel Lee, accompagnato dai sorrisi degli strumentisti dell’orchestra ligure che hanno interpretato in maniera eccellente pagine di grande musica.
Il programma di “Rach 2” non lascia indifferenti: Concerto n. 2 in do minore per pianoforte e orchestra op. 18 di Sergej Rachmaninov e Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič. L’accostamento di queste composizioni non nasce dal caso: gli autori sono contemporanei, entrambi russi, e presentano uno stile che evidenzia una chiarezza espositiva che può scaturire solamente dalla padronanza, da parte degli interpreti, nell’esecuzione di passaggi che richiedono notevoli doti tecniche, capacità di un’adeguata lettura della partitura in tutti i suoi aspetti e disponibilità a lunghe ore di studio individuale per scorgere e portare alla luce i significati più nascosti all’interno di ogni singola frase musicale.
Samuel Lee, sudcoreano vincitore del “Malko Competition” edizione 2024, concorso internazionale danese riservato a giovani direttori d’orchestra, sale sicuro sulla pedana al centro del palcoscenico. Non ha bisogno delle parti, neppure gli occorre la bacchetta, bastano le mani per guidare gli orchestrali.
Alexander Gadjiev, italiano di origine russa nato nel dicembre del 1994 e che vanta, tra i vari premi vinti, un secondo posto (ex aequo) conseguito alla diciottesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale Chopin di Varsavia nel 2021, si siede al piano e allunga le mani sulla tastiera dello Steinway coda. Alza la testa, esita, si concentra, uno sguardo con Lee ed ecco l’attacco, senza arpeggiarli, degli otto accordi iniziali in crescendo del primo movimento del Concerto n. 2 di Rachmaninov, il Moderato.
La melodia principale, chiaramente percepibile ed eseguita e dal pianoforte e dall’orchestra con deliziosi cambi di prospettiva, è l’asse portante di un brano impegnativo per il pianista perché anche i frammenti orecchiabili si ottengono eseguendo passi articolati, si pensi semplicemente agli arpeggi che potrebbero sfuggire all’attenzione di un ascoltatore concentrato sul canto affidato all’orchestra. Forza, resistenza, brillantezza, queste le qualità che occorrono per eseguire il Moderato: Gadjiev le possiede e non le nasconde.
Il secondo movimento, Adagio sostenuto, è il cantabile dal tema che ha ispirato in parte la canzone “All by Myself” di Eric Carmen (l’interpretazione di Céline Dion di tale brano merita un ascolto). Qui si richiede espressività e dolcezza per suggellare un delicato confronto tra orchestra e pianoforte che nella parte centrale del brano si fa portavoce di un insistente grido doloroso e struggente. È come una nube di malinconia che avvolge la mente di individui sottomessi dal ricordo di felici episodi di vita avvenuti in un passato ormai sepolto dallo scorrere del tempo.
Il terzo ed ultimo movimento, Allegro scherzando, è segnato dal sublime tema principale, proposto dagli archi e ripreso subito dopo dal pianoforte. L’Allegro scherzando appare la degna sintesi dei primi due movimenti, con il pianista che ha da alternare fasi che richiedono impegno tecnico ad altre di relativa maggior tranquillità. Pianoforte e orchestra comunicano, chiacchierano, concentrano la loro attenzione su diversi argomenti, ma il più importante di essi, il tema di base, ricompare alla fine, solenne, padroneggiato dall’insieme di archi sostenuti da legni e ottoni, mentre il piano accompagna e conclude, con accordi e rapide scale che spaziano lungo l’intera dimensione della tastiera, una corsa che trova il suo culmine nella celere esecuzione, per ben quattro volte, della nota do.
Gadajiev può finalmente alzarsi, inchinarsi e raccogliere le ovazioni del pubblico. Gli applausi si protraggono però a lungo e l’artista concede così tre bis: la Mazurka n. 41 in do diesis minore op. 63 n. 3 di Chopin e due pezzi di Scriabin: lo Studio op. 8 n. 12 in re diesis minore e dall’op. 45, 3 Morceaux, il n.1 intitolato Feuillet d’album.
Dopo l’intervallo si riparte con la Sinfonia n. 5 di Šostakovič, in quattro movimenti.
Nota è la difficile relazione che si era venuta a creare tra l’autore ed il regime staliniano, i cui vertici avevano criticato l’opera “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk”, accusandola di non semplice comprensione musicale, ma approvando invece la Sinfonia, volendola visualizzare come la vicenda dell’uomo sovietico che, superando le difficoltà, perviene al trionfo. Il tutto raccontato da una musica lontana da ogni possibile tentativo di sperimentazione.
L’iniziale Moderato, avviato da quattro salti intervallari che coinvolgono gli archi suddivisi in due gruppi, suggerisce una trama interlocutoria: risulta arduo ipotizzare il carattere che il brano assumerà. Ben presto però si delinea un quadro costituito da temi contrastanti che sfociano in una marcia dal sapore militaresco. Ritornano i salti intervallari, poderosamente intonati dagli archi, ma ci si avvia finalmente alla pace: un mesto canto dei violini si spegne a poco a poco mentre la celesta suona una scala cromatica ascendente. Cala il silenzio.
Il secondo movimento, Allegretto, ha forma di un valzer. La struttura è più lineare rispetto al Moderato. Il tema portante, all’inizio e al termine, è una danza vivace e inquietante: sembra di trovarsi in una sala da ballo ad osservare delle coppie che si muovono nervosamente, trascinate da una musica colma di agitazione. L’ascolto risulta gradevole e interessante.
Il Largo, terzo movimento, è un insieme di melodie toccanti, rese tali dal senso di sospensione che fuoriesce dal suono dei violini prima e del flauto traverso poi. Gli ottoni non vengono impiegati. Il coinvolgimento emotivo suscitato dal brano è tangibile. L’assolo dell’oboe, seguito dal clarinetto, alimenta la sensazione di instabilità tematica. Il pathos cresce nella sezione centrale con gli archi protagonisti di un tema raddoppiato inizialmente dalla celesta: siamo al culmine della tensione narrativa, una tensione che si scioglie progressivamente lasciando ai violini il compito di concludere il movimento, mentre si percepisce il debole accompagnamento dell’arpa e della celesta stessa.
L’Allegro non troppo è l’ultimo movimento del Concerto. La musica, impetuosa, richiama l’idea di festeggiamenti alquanto frenetici, eventualmente frutto del trionfo inaspettato di una spedizione. Sono proprio gli ottoni, esclusi nel Largo, a farsi subito sentire con una scala ascendente, insieme ai timpani. Tocca quindi agli archi, marcatamente presenti. Nella fase di mezzo domina un clima di vuoto e di incertezza, gli archi i protagonisti con un discorso di note acute. Pare ci si avvii verso una mogia conclusione, ma non è così. I timpani riprendono ossessivi, come gli archi che terminano intonando un lungo re: occorre convincersene, l’incubo è finito, si dia il via ai festeggiamenti.