Serata interamente dedicata a Rachmaninov per il finale del Settembre dell’Accademia a Verona, con Stanislav Kochanovsky sul podio e Nikolai Lugansky al pianoforte
Teatro Filarmonico praticamente esaurito per l’appuntamento conclusivo del Settembre dell’Accademia 2026, ormai tradizionale ciclo di concerti con grandi orchestre internazionali, organizzato a Verona dall’Accademia Filarmonica.
Per la chiusura arriva da Roma l’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia con un programma interamente dedicato a Sergej Rachmaninov. Si esegue il Concerto per pianoforte e orchestra numero 3 in re minore opera 30 e a seguire la Sinfonia numero 2 in mi minore opera 27.
A capo della compagine orchestrale romana Stanislav Kochanovsky, mentre al pianoforte si esibisce Nikolai Lugansky.
Si inizia con il celebre concerto per pianoforte, da molti ribattezzato Rach 3 e noto anche per diverse citazioni cinematografiche, come quella del film Shine. Kochanovsky dirige con esattezza l’orchestra di Santa Cecilia, staccando tempi rigorosi e sostanziali. L’affinità fra pianista e direttore si percepisce nell’esecuzione: Lugansky sciorina i virtuosismi di Rachmaninov con souplesse fisica ed espressiva, il gesto delle mani molto basso sulla tastiera; la precisione del tocco esalta la complessità della partitura per esplodere nei momenti clou in una valanga di suoni turgidi quanto nitidi. L’esecuzione è sostanzialmente classica, sopraffina per precisione e suono, ma a tratti ai limiti del distaccato.
Grandi applausi nel finale per Lugansky, che si inchina con deferenza e concede un breve bis per poi dileguarsi velocemente.
Nella seconda parte si passa alla Sinfonia numero 2, sempre di Rachmaninov. Composta fra il 1906 e il 1907 a Dresda, la partitura si inserisce nel solco della tradizione sinfonica mitteleuropea, con un largo uso degli archi nel disegnare ampie volute armoniche, con una netta insistenza su suoni ampi e all’unisono. Si tratta in sostanza di una fusione fra molti rimandi compositivi dell’ottocento, da Beethoven, passando per Mendelssohn, fino al gusto tardoromantico di Mahler e Humperdinck.
L’orchestra di Santa Cecilia si conferma una compagine di primo piano, regalandoci un suono sublime, denso, preciso e compatto. Kochanovsky dirige in modo sistematico e rigoroso, innestando ulteriore classicità in una composizione che già guarda ai modelli ottocenteschi. Il gesto è sempre asciutto, pulito, metronomico a tratti. Il direttore ottiene il meglio nelle sonorità distese degli archi, eccellendo soprattutto nel crescendo del terzo movimento, l’adagio.
Indiavolato il finale del quarto movimento, al termine del quale il Teatro Filarmonico esplode in un applauso convinto e sincero a coronamento della serata e del Settembre dell’Accademia.
Raffaello Malesci (mercoledì 30 settembre 2026)