Recensioni - Cultura e musica

IN DISCO: Preziosi capolavori del camerismo mitteleuropeo

Barnabas Kelemen, NicohlasAltstaedt, Alexander Lonquich in una travolgente esecuzione di Zoltán Kodály e Antonin Dvořák

Un groviglio di nervi tesi, pulsanti, danzanti. Il duo op. 7 di Kodaly è di quei fiori rari che non capita sovente di trovarsi ad ascoltare e, quando capitasse, il rischio di letture unilaterali ed inaridite, dal baricentro proteso su aspetti facilmente risucchiati dallo stereotipo genericamente riconducibile ad un’altrettanto generica “slavità”, è enorme. A riscattarne l’anima trasudante lirismo e commossa trepidazione, a svelarne le braci che covano sotto le ceneri di un palpitare zigano e selvatico, sono Barnabas Kelemen e Nicohlas Altstaedt. Violino e violoncello straripanti, così allineati, così complici da mimetizzarsi continuamente l’uno nell’altro, cordiere capaci di un abbraccio che non lascia scampo.

E quando sul leggio arriva il ben più noto Dvořák del Trio op. 90, quando cioè al pianoforte li raggiunge un altro gigante come Alexander Lonquich, questo dialogo serrato diventa visionaria, irresistibile apoteosi. Il Trio è conosciuto con l’appellativo di “Dumky”, parola passepartout nel mondo dell’est, nel cui suono sta l’idea di meditare, riflettere e che, per estensione, rimanda alla forma poetica che conduce il pensiero verso zone leggendarie, mondi di gesta e di eroi attraversati da malinconie e da spirito epico. Un distillato di umori che Dvořák giustappone uno all’altro, in rapida sequenza, quasi fossero frammenti di un film ancora in fase di montaggio. Sul nastro scorrono i fotogrammi fugaci di un paesaggio emotivo còlto senza filtri: commosso e desolato, febbrile e sensuale, drammatico e trasognato. Tutto ed il suo contrario, in un gioco in cui l’istante che arriva sembra smentire puntualmente il precedente, rovesciarne il senso, svelarne l’ombra. In questa avvincente lettura, gli interpreti indugiano nel privilegiare un approccio spontaneo, accogliendo – addirittura accentuando, tra rubati ed impetuose accelerazioni – l’aspetto estemporaneo, folklorico nel senso di popolare – di questa musica. Ed il risultato è una gioiosa condivisione che ben presto fermenta in illuminata ebbrezza. Un groviglio di nervi tesi, pulsanti, danzanti. Il duo op. 7 di Kodaly è di quei fiori rari che non capita sovente di trovarsi ad ascoltare e, quando capitasse, il rischio di letture unilaterali ed inaridite, dal baricentro proteso su aspetti facilmente risucchiati dallo stereotipo genericamente riconducibile ad un’altrettanto generica “slavità”, è enorme.

A riscattarne l’anima trasudante lirismo e commossa trepidazione, a svelarne le braci che covano sotto le ceneri di un palpitare zigano e selvatico, sono Barnabas Kelemen e Nicohlas Altstaedt. Violino e violoncello straripanti, così allineati, così complici da mimetizzarsi continuamente l’uno nell’altro, cordiere capaci di un abbraccio che non lascia scampo. E quando sul leggio arriva il ben più noto Dvořák del Trio op. 90, quando cioè al pianoforte li raggiunge un altro gigante come Alexander Lonquich, questo dialogo serrato diventa visionaria, irresistibile apoteosi. Il Trio è conosciuto con l’appellativo di “Dumky”, parola passepartout nel mondo dell’est, nel cui suono sta l’idea di meditare, riflettere e che, per estensione, rimanda alla forma poetica che conduce il pensiero verso zone leggendarie, mondi di gesta e di eroi attraversati da malinconie e da spirito epico. Un distillato di umori che Dvořák giustappone uno all’altro, in rapida sequenza, quasi fossero frammenti di un film ancora in fase di montaggio. Sul nastro scorrono i fotogrammi fugaci di un paesaggio emotivo còlto senza filtri: commosso e desolato, febbrile e sensuale, drammatico e trasognato.

Tutto ed il suo contrario, in un gioco in cui l’istante che arriva sembra smentire puntualmente il precedente, rovesciarne il senso, svelarne l’ombra. In questa avvincente lettura, gli interpreti indugiano nel privilegiare un approccio spontaneo, accogliendo – addirittura accentuando, tra rubati ed impetuose accelerazioni – l’aspetto estemporaneo, folklorico nel senso di popolare – di questa musica. Ed il risultato è una gioiosa condivisione che ben presto fermenta in illuminata ebbrezza.
 

ZOLTÁN KODÁLY - ANTONIN DVOŘÁK
Musica da camera
Barnabas Kelemen, NicohlasAltstaedt, Alexander Lonquich

Alpha Classics 2021