A Mantova, nella Sala dei Cavalli di Palazzo Te, il recital di Ilaria Brognara rende omaggio ai cento anni di György Kurtág tra Játékok e le Années de pèlerinage
Il talento dell’interprete, l’impronta del maestro: nell’approccio – introspettivo senza languori, esplorativo senza eccentricità – e nella costruzione del programma, dove ogni pagina affonda le ragioni in un reticolo di affinità elettive, di rimandi sottesi, di echi che sta all’ascoltatore, in una complicità che si fa via via più intensa e forte, scoprire nel corso del viaggio. Primo appuntamento dell’affascinante, serrato cartellone mantovano di Eterotopie, quello dello scorso 16 ottobre, in una Sala dei Cavalli di Palazzo Te da tutto esaurito, vedeva al centro dell’impaginato l’omaggio ai cento anni di György Kurtág, patriarca torreggiante e ancora vivo di un pensiero che è pungolo, sollecitazione, abisso. Al pianoforte, Ilaria Brognara, una delle voci musicali più interessanti della Mantova emergente, sottile tessitrice di un itinerario costruito a quattro mani con Leonardo Zunica, suo primo insegnante nonché, della bella rassegna dedicata al contemporaneo, faro e direttore artistico.
Al centro, il magma visionario di Játékok, “giochi” in lingua ungherese, in cui il compositore accompagna esecutore e uditorio alla scoperta del favoloso mondo sonoro; un alfabeto delle meraviglie su cui Brognara si affacciava con rispettosa quanto partecipata vitalità, spettatrice affascinata del suo stesso incanto. Il do maggiore che, come fanno le mani di un bambino per la prima volta sulla tastiera, occupava dapprima l’intero spazio, per poi accogliere, progressivamente, il mondo degli intervalli, le note a esso vicine, come la scoperta degli alberi e della strada attorno a casa. E il gioco delle intensità, dei silenzi che contrappuntano i suoni, delle sfumature che si fanno spumose onde sonore glissanti sulla tastiera. Come a dire, l’ipnosi, il visionario, è lì, nell’innocenza dello sguardo di un principiante, nella purezza delle prime volte, nel prender forma di melodie che sembrano sgorgare da una sorgente di montagna.
Incastonato tra Kurtág e Kurtág, intrecciato alla sua voce come tralcio di una stessa vite, il trittico di Hungarian folksongs Sz. 66 di Bartók suonava come seme della stessa terra, linfa dello stesso tronco. Quasi impossibile, per palati non avvezzi, distinguerne i profili; così disposti, uno dentro all’altro, questi due giganti si parlavano con la forza della lingua madre, con la sincerità di un comune, intraducibile sentire; e anche gli spigoli vivi, le irregolarità delle rispettive cifre identitarie finivano, nel gioco di incastri, risucchiate in un medesimo, comune vortice. Un mondo abitato da contrasti, il loro, fatto di brucianti divaricazioni, di selvatico, reticente lirismo. L’eco dell’est supremo, quello della grande madre Russia, sfociava nei ritmi rustici da danza campestre; l’umorismo da festa di paese aveva il suo controcanto in aspre, pungenti, improvvise nostalgie che Brognara lasciava affiorare dalla trama, assecondando quella naturale inclinazione al canto, al disegno della frase che già avevamo apprezzato nell’iniziale Liszt del Sonetto 47 del Petrarca “Benedetto sia il giorno”, tratto dal secondo anno delle Années de pèlerinage.
A lui, al più rivoluzionario e frainteso dei magiari, al cosmopolita osannato, al tormentato déraciné che il bruciante richiamo della terra natia condanna a disseminare di melodie, tracce, memorie d’infanzia ogni pagina scritta, l’interprete mantovana consegnava il compito di aprire il sipario e di chiuderlo, con i tre pannelli, sempre attinti dal Liszt viaggiatore, delle Années, questa volta dal supplemento al secondo anno. Venezia e Napoli, ovvero l’Italia delle cartoline, del teatro d’opera, con la folgorazione per un’aria dall’Otello di Rossini, delle canzoni amabili e licenziose dei gondolieri, delle infuocate tarantelle (la Tarantella, qui riprodotta con la prudenza di un pennino un po’ troppo sottile rispetto alla spavalda scrittura lisztiana). Sullo sfondo, l’Ungheria ruvida e struggente della sua gente più umile, la voce della sua anima più autentica; e quella che si riversa in ogni goccia di canto che l’esule, per scelta o necessità, innalza dalla sua cetra. Magnifico, e pregevolmente scolpito, a questo proposito, era il polittico dei sei Canti polacchi che lo stesso Liszt, divoratore di mondi, ruba a Chopin e travasa nella spuma di un pianismo di cristallina, avvolgente eleganza.
Una trama di tanti fili che Brognara intrecciava tra di loro anche nei bis, a plasmare un itinerario che solo alla fine rivelava la sua perfetta, seppur erratica, circolarità. Dapprima, lo Scarlatti rivoluzionario, audace nelle armonie, nei disegni, nelle dissonanze, di una sonata; poi, l’arpa eolica dello svaporante Studio chopiniano op. 10 n. 8, un battito d’ali di cui l’interprete faceva sentire l’impalpabile vento. Applausi generosi e meritatissimi.