Recensioni - Cultura e musica

Il respiro del bayan dà voce a Bach

Nel cd Keyboard concertos per EMA Vinci, Luigi Gordano e l'Orchestra d'archi Il Contrappunto rileggono i concerti BWV 1052, 1056 e 1058

Sopravvive agli strumenti; anzi, sembra quasi metterli alla prova. Li attraversa, li piega alle proprie necessità, li costringe a confrontarsi con una scrittura che vive anzitutto di relazioni, di tensioni interne, di un'inesauribile capacità di trasformare il pensiero in suono. Bach il sommo. A partire da una rosa di sue pagine, l'operazione proposta da Luigi Gordano non appare come una semplice curiosità timbrica né come un esercizio di trascrizione virtuosistica. Piuttosto, pare nascere da una domanda più profonda: che cosa può rivelare oggi il bayan di una musica che da quasi tre secoli continua a reinventarsi senza perdere la propria identità?

La risposta arriva fin dalle prime battute del Concerto in re minore BWV 1052. Il bayan non cerca di imitare il clavicembalo, né tantomeno di sostituirlo. Gordano evita intelligentemente qualsiasi tentazione archeologica e affronta la partitura con la consapevolezza che Bach non ha bisogno di essere musealizzato: sotto le sue mani, la fisarmonica russa introduce un linguaggio nuovo, fatto di respiro, di continuità sonora, di gradazioni dinamiche che lo strumento a corde pizzicate non possiede. Ciò che colpisce non è tanto la novità del colore quanto la naturalezza con cui esso si inserisce nella trama musicale. Nel BWV 1052 emerge soprattutto la capacità dell'interprete di mantenere saldo l'equilibrio tra energia e controllo. La scrittura procede con una forza quasi inesorabile, ma Gordano non cede mai alla tentazione di trasformarla in puro sfoggio tecnico. Anche nei passaggi più impervi la linea conserva chiarezza, il fraseggio rimane leggibile, il disegno complessivo non viene sacrificato al dettaglio. È una qualità non scontata in uno strumento che, per natura, potrebbe facilmente indulgere nella spettacolarità.

Ancora più convincente appare il Concerto in fa minore BWV 1056, probabilmente il momento più poetico dell'intero programma. Qui il bayan rivela una particolare affinità con la dimensione cantabile della scrittura bachiana. Nel celebre movimento centrale Gordano dosa il suono con estrema sensibilità, evitando ogni facile sentimentalismo. La melodia avanza con semplicità quasi disarmante, sostenuta da un respiro lungo e naturale che è forse uno dei maggiori punti di forza del percorso d'ascolto.

Il BWV 1058 è verosimilmente la sfida più interessante. In questa pagina, derivata dal Concerto per violino in la minore, la maggiore presenza sonora del bayan permette di evidenziare aspetti della scrittura che talvolta rischiano di rimanere in secondo piano. Gordano sfrutta con intelligenza la varietà dei registri senza mai trasformarla in una tavolozza decorativa. Il colore è sempre subordinato alla forma, e proprio per questo acquista significato. L'ascoltatore non viene continuamente richiamato allo strumento che sta suonando, ma alla musica che quello strumento sta facendo emergere.

È probabilmente questo l'aspetto più riuscito del disco. Molti progetti di questo tipo finiscono per ruotare attorno all'eccezionalità del mezzo espressivo; qui accade il contrario. Dopo qualche minuto, si smette di ascoltare una fisarmonica che esegue Bach e si comincia semplicemente ad ascoltare Bach. Non perché lo strumento perda la propria identità, ma perché l'interprete riesce a integrarla all'interno di una visione musicale coerente.

Anche il dialogo con l'Orchestra d'archi Il Contrappunto contribuisce significativamente al risultato. L'accompagnamento evita ogni rigidità e costruisce uno spazio sonoro flessibile, capace di sostenere il solista senza appesantirne il discorso. Ne deriva un carattere cameristico che appare particolarmente adatto a queste letture, lontane sia dalla retorica monumentale sia da un'idea eccessivamente filologica dell'esecuzione bachiana.

Ciò che resta al termine dell'ascolto è soprattutto l'impressione di un musicista che possiede idee chiare sul repertorio che affronta. Gordano non utilizza Bach per dimostrare le potenzialità del bayan; utilizza il bayan per interrogare Bach da una prospettiva diversa. La differenza è sostanziale. Perché quando il virtuosismo smette di essere un fine e diventa uno strumento di conoscenza, la musica ritrova quella libertà che le appartiene da sempre. E forse proprio qui risiede il valore più autentico di questo disco: nella capacità di ricordarci che i grandi capolavori non appartengono agli strumenti che li hanno generati, ma agli interpreti che continuano a reinventarli senza tradirne lo spirito.