Recensioni - Cultura e musica

Il teatro segreto di Beethoven

Nel triplo album Beethoven & the Italians per Harmonia Mundi, Enrico Onofri e la Münchener Kammerorchester accostano la Quinta, la Pastorale e la Settima a Cherubini, Spontini e Rossini

Prima ancora di essere una forma, la sinfonia può essere un'azione: può avere un conflitto, una tensione, una crisi, una riconciliazione; può suggerire un personaggio senza nominarlo, evocare un paesaggio senza descriverlo, far percepire il tempo come attesa e il ritmo come necessità. All'inizio dell'ottocento, quando Ludwig van Beethoven porta la sinfonia verso territori nuovi, il teatro musicale è tutt'altro che estraneo a questo processo. Opera e musica strumentale si osservano, si imitano, si contendono gli stessi strumenti espressivi. L'orchestra, in entrambi i casi, diventa un luogo nel quale qualcosa accade. È da questa prospettiva che acquista il suo autentico significato Beethoven & the Italians, il nuovo triplo album pubblicato da Harmonia Mundi con Enrico Onofri alla guida della Münchener Kammerorchester. Le Sinfonie n. 5, 6 e 7 di Beethoven vengono accostate a pagine di Luigi Cherubini, Gaspare Spontini e Gioachino Rossini, compositori legati per nascita o formazione alla tradizione italiana ma pienamente immersi nella dimensione internazionale del teatro musicale europeo. Non è un semplice gioco di corrispondenze e nemmeno un'antologia costruita per giustapposizione. Il programma suggerisce piuttosto un percorso in tre tempi: il destino, la natura, l'energia. Tre parole che diventano altrettante chiavi d'ascolto, perché ciascuna ouverture sembra aprire una porta sulla sinfonia che segue. Prima Médée, poi la Quinta. Prima Olimpie, poi la Pastorale. Infine, Rossini e la Settima. Le opere non vengono chiamate in causa per dimostrare un'influenza diretta e lineare su Beethoven; servono a restituirgli un contesto, a ricordare che il suo linguaggio nasce anche dentro un'Europa nella quale il gesto orchestrale e il gesto teatrale erano ancora intimamente legati. Il risultato è un'operazione interpretativa che interroga una delle immagini più consolidate della storia della musica: quella di Beethoven come autore assolutamente autonomo, quasi estraneo alle convenzioni del teatro. Ascoltato accanto ai suoi contemporanei italiani, Beethoven appare invece meno isolato e, paradossalmente, ancora più originale. Perché si comprende meglio quanto radicale sia stata la sua trasformazione del principio teatrale: togliere la scena alla musica senza toglierle il dramma.

Bastano le prime battute della Médée di Cherubini per entrare in questa prospettiva. L'orchestra non accompagna ancora alcuna voce, eppure il dramma è già presente: tensione, oscurità, attesa, conflitto. È una musica nella quale il gesto strumentale possiede una funzione teatrale autonoma. Quando subito dopo irrompe la Quinta Sinfonia, le celebri quattro note iniziali sembrano allora assumere una diversa evidenza. Il loro significato non dipende soltanto dall'iconografia del "destino che bussa alla porta", formula tanto celebre quanto estranea alla complessità della partitura; dipende dalla capacità di Beethoven di trasformare una cellula minima in un principio d'azione. Onofri coglie precisamente questo carattere. La Quinta non viene presentata come un monumento da contemplare, ma come un organismo in movimento. Il ritmo diventa impulso, le pause generano aspettativa, le transizioni acquistano funzione drammatica. La Münchener Kammerorchester, con il suo organico cameristico, rende particolarmente leggibile questa struttura: le sezioni orchestrali non vengono assorbite in una massa sonora compatta, ma dialogano, si contrappongono, si rilanciano. È una scelta che restituisce alla partitura una straordinaria immediatezza fisica. L'Allegro con brio non corre semplicemente verso il proprio culmine: sembra costruirlo battuta dopo battuta. L'Andante con moto non spezza il dramma, ma ne modifica la temperatura. L'Allegro introduce una zona più ambigua e inquieta, prima che il finale apra improvvisamente lo spazio sonoro verso la luce. Il percorso della Quinta diventa così quasi scenico. Non perché Onofri aggiunga qualcosa alla partitura, ma perché ne rende evidente la capacità di organizzare il tempo come azione. Ed è qui che Cherubini diventa più di un semplice termine di confronto. Beethoven lo stimava profondamente; ma ciò che conta, nel programma di questo disco, è soprattutto la possibilità di ascoltare due compositori dentro una medesima epoca di trasformazione dell'orchestra.

Il secondo cd introduce un cambio di scenario radicale. Dopo il conflitto della Quinta, l'ouverture di Olimpie di Spontini conduce verso la Sesta Sinfonia. Anche qui il contrasto è soltanto apparente. Spontini rappresenta la grande macchina drammatica dell'opera, la teatralità monumentale, l'orchestra come spazio di tensione e rappresentazione. Beethoven, al contrario, sembra volgere lo sguardo verso la campagna. Ma la Pastorale non è una semplice fuga dal teatro: è una sua trasformazione. Lo dimostrano gli stessi titoli dei movimenti. Il risveglio dei sentimenti all'arrivo in campagna, la scena presso il ruscello, la festa dei contadini, il temporale, il canto dei pastori: più che immagini isolate, sono tappe di un'esperienza. Onofri evita così il rischio di una Pastorale levigata e puramente idilliaca. La natura non viene osservata da una distanza rassicurante: viene attraversata. Il primo movimento ha il carattere di una scoperta progressiva; l'Andante molto mosso mantiene una pulsazione interna continua; la danza dei contadini possiede concretezza ritmica; poi il temporale irrompe e trasforma improvvisamente il paesaggio in un teatro degli elementi. È un momento nel quale la parentela fra sinfonia e scena diventa evidente. Il temporale non "illustra" semplicemente un fenomeno atmosferico: accade. Accumula energia, rompe un equilibrio, modifica il corso della narrazione. E il successivo Allegretto non è soltanto il ritorno della quiete, ma la risposta a ciò che è appena avvenuto. La natura, nella lettura di Onofri, non è dunque una cartolina. È una forza drammatica. È soprattutto qui che la Münchener Kammerorchester rivela la propria funzione nel progetto. La trasparenza dell'organico consente di percepire con grande evidenza le linee interne della scrittura beethoveniana. Gli archi non sono un semplice tappeto armonico; i fiati emergono come voci; gli impasti cambiano con rapidità; gli accenti ritmici diventano elementi costruttivi. Onofri sembra interessato più alla tensione interna che alla monumentalità esterna. È un punto importante. L'esecuzione storicamente informata non coincide con un'estetica del suono piccolo, né con una ricerca della velocità fine a sé stessa. Qui significa soprattutto restituire alla partitura articolazioni, proporzioni e rapporti dinamici capaci di far emergere la sua energia originaria. Il Beethoven che ne risulta è meno marmoreo e più mobile. Non meno grande, ma più esposto.

Con la Settima Sinfonia il progetto cambia ancora prospettiva. Se la Quinta è dominata dal conflitto e la Pastorale dall'esperienza della natura, qui il vero protagonista è il movimento. Il lungo Poco sostenuto introduce lentamente il materiale dal quale nascerà il Vivace; l'Allegretto trasforma una figura ritmica in una delle più celebri tensioni della musica dell'ottocento; il Presto e soprattutto l'Allegro con brio spingono il discorso verso un'ebbrezza quasi incontenibile. È naturale che, a questo punto, entri in gioco Rossini. Non perché Beethoven e Rossini debbano essere ridotti a una presunta influenza reciproca, ma perché entrambi comprendono profondamente il potere drammaturgico del ritmo. L'ouverture rossiniana porta sulla scena l'energia dell'attesa, dell'accumulo e della liberazione; Beethoven trasferisce analoghe categorie dentro una forma puramente strumentale. L'accostamento permette così di ascoltare la Settima con orecchie diverse. Quello che nella sala da concerto siamo abituati a definire "sviluppo sinfonico" può essere percepito anche come costruzione della tensione scenica: entrate, risposte, accelerazioni, sospensioni, esplosioni.

Gli "italiani" sono piuttosto interlocutori attraverso i quali osservare Beethoven da una diversa angolazione. Cherubini illumina la dimensione tragica della Quinta. Spontini prepara, per contrasto, la dimensione narrativa della Pastorale. Rossini rende percepibile nella Settima la forza teatrale del ritmo. Tre aperture, tre sinfonie, tre diverse forme di dramma. È questo il risultato più convincente dell'interpretazione di Onofri. Non un Beethoven addomesticato, né un Beethoven reso artificialmente "italiano", ma un compositore restituito alla concretezza del gesto musicale. La Münchener Kammerorchester asseconda questa prospettiva con un suono nitido e reattivo, nel quale ogni sezione sembra avere qualcosa da dire. Onofri evita tanto la pesantezza quanto l'agitazione gratuita: la tensione nasce dall'articolazione, dal rapporto fra le parti, dalla capacità di far sentire il movimento interno della forma. Ne deriva una lettura che non pretende di sostituire le interpretazioni monumentali della tradizione, ma propone un diverso modo di ascoltarle. La Quinta perde qualcosa della sua aura sacrale per guadagnare nerbo e concretezza; la Pastorale si libera dell'immagine oleografica della campagna; la Settima ritrova tutta la sua natura fisica, quasi febbrile. E il confronto con Cherubini, Spontini e Rossini fa il resto.