Recensioni - Cultura e musica

In Disco: I trii di Brahms firmati dal Trio Gustav

Un'integrale pubblicata da Brilliant Classics che vede impegnati anche il clarinetto di Lorenzo Guzzoni e il corno di Boštjan Lipovšek

C’è tutto il mondo di Brahms nell’integrale che il Gustav Trio consegna all’uditorio in questa intensa lettura interpretativa, chiamando a sé, per l’occasione, anche il clarinetto di Lorenzo Guzzoni e il corno di Boštjan Lipovšek.

I tre pilastri per violino, violoncello e pianoforte, con la loro arcata che attraversa, dal 1853 fino ai primi anni Novanta del XIX secolo, l’intera vita creativa brahmsiana, dialogano in questo doppio cd con l’affabile, immaginifica fragranza dell’op.40, in Mi bemolle maggiore, che apre l’itinerario di ascolto conducendo già nel fitto del bosco brahmsiano, là dove i lavori dell’estrema maturità riveleranno le verità più toccanti, e con la sublime freschezza dell’op.114 (e la gemma dell’Adagio centrale) in cui è il clarinetto a fare da voce narrante, in un dire sempre più intimo, sempre più prezioso. Al centro, Francesco Comisso, Dario Destefano e John Olaf Laneri si ritrovano nella loro composizione originaria, e la loro riflessione sul mutare del linguaggio, sulle diverse angolazioni espressive, emotive e formali che Brahms condensa rispettivamente nell’op.8 (scritto di getto, nei febbrili mesi della conoscenza di Schumann e ripreso oltre trent’anni dopi), nell’op. 87 e nell’op.101 sembra diventare una sorta di fucina ideale per un’investigazione al microscopio, il laboratorio in cui i tre, forti di un’intesa fatta di un’intelligenza severa, di un approccio capillare ad ogni segno del testo, di un vitalismo sempre teso ma mai sovreccitato, definiscono la loro personale chiave di accesso a questa cattedrale del camerismo.

Una chiave che ha il grimaldello in un’incrollabile fede nella trasparenza delle linee, nelle salde redini con cui, guidati dal pianoforte di Laneri, gli interpreti sanno governare l’esaltante corsa di una scrittura tesa in un perenne incalzare. Tra le loro mani, i fili del canto sincero e appassionato e quelli di una strumentalità intrisa di sinfonico turgore, abitano accanto a quelli della folleggiante notte romantica e a quelli, ora sgargianti ora ruvidi, di improvvisi echi popolareggianti. E quando alle loro voci si uniscono quelle di Guzzoni e di Lipovšek, la capacità del trio è quella di un dialogo da subito personale, non generico. Cucito addosso all’interprete, e non solo alla pagina.
 

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