Recensioni - Cultura e musica

In Disco: Il Requiem di Bruno Maderna

Stradivarius pubblica l'aridta partitura giovanile del compositore veneziano

Il bronzo di Riace del Novecento. Il Requiem di Maderna è stato per oltre mezzo secolo un gigante sepolto, un miraggio immaginato, il racconto di un animale estinto. Eccolo riaffiorare, sottratto all’oblio dall’acuta investigazione di Veniero Rizzardi che nel 2006 lo ha ripescato dagli archivi della Purchase Library della N.Y. University, nei quali, come in un racconto picaresco, era finito ancora fresco d’inchiostro, affidato alle cure di Virgil Thomson dal suo ancora giovane compositore quando questi sperava che il destino lo portasse a riscuotere proprio nel Nuovo Mondo i meritati consensi.  In realtà, non andò così. Troppo ingombrante per organico – doppia orchestra, doppio coro - troppo audace per scrittura. Umano, troppo umano nella rappresentazione del vivere e del morire, negli echi del disastro bellico, della Resistenza e della prigionia. Nel frattempo, Maderna guarda ad altri orizzonti e linguaggi, muta pelle e quella partitura pantagruelica, grondante materia viva, barbarica e insieme raffinatissima, gli sembra lontana. Sono gli ultimi anni ’40. Si ha fretta di ricominciare, di ricostruire; così, in una vorace creatività proiettata in avanti, la chimera del Requiem tramonta. Ora, questo gigante di pietra e di carne, completato nei suoi frammenti mutili dallo stesso Rizzardi, è pronto a lasciarsi indagare.

Lo ha catturato la Stradivarius, con il consueto, illuminato coraggio: una prima assoluta, datata 2009, dal vivo, rigorosamente nella Venezia del compositore. Di quella serata storica di cui questo ascolto rimane miracoloso documento, si percepisce la vividezza, la trepidazione, la tensione festosa e tragica di un’adesione emotiva totalizzante. Sotto la carismatica guida di Andrea Molino, Carmela Remigio, Veronica Simeoni, Mario Zeffiri e Simone Alberghini offrono una prova di ferreo rigore esecutivo e di statuaria autorevolezza. Dal canto suo, l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice, istruito da Carlo Marino Moretti, contribuiscono con bella duttilità a dare evidenza delle molte anime del Requiem. Quel “peccato giovanile” già così intriso di maturità trasuda le macerie di una bellezza sfregiata e, sotto di esse, lascia intravedere la sua intelaiatura secolare, l’ordito di una polifonia accesa che ne fa un affresco potente e arcaico, racchiuso in una scrittura ancora predodecafonica, ardita; organizzata per quarte, su universi tonali ormai sfaldati in atmosfere, scie funebri di solenni cerimoniali pagani. Niente legni. Ottoni e voci, con tre pianoforti ad impreziosire l’impasto timbrico. Una scrittura senza legni: solo ottoni e voci, colorate da tre pianoforti, per un arazzo di smagliante contrappunto curvato ad un rinascimento postmoderno che si fa dimensione multiprospettica, tridimensionale, illusionistica. Con questo Requiem, Maderna appare così creatura neomarciana per eccellenza. Quarant’anni dopo, Nono l’epigono ne raccoglierà, con il suo Prometeo, il testamento ideale. Due giganti.