Recensioni - Cultura e musica

In Disco: La scena mobile del desiderio

La costanza trionfante degl’amori e de gl’odii di Vivaldi in una nuova edizione firmata DaVinci Classics

La costanza trionfante degl’amori e de gl’odii è uno di quei titoli che esistono più come campo di forze che come opera compiuta. Vivaldi lo scrive nel momento in cui a Venezia non si sta semplicemente facendo teatro: lo si sta contendendo. I teatri si rispondono tra loro, le compagnie si rubano cantanti, i libretti circolano e si riscrivono, e la musica non accompagna il gioco: lo determina. Siamo nel cuore del secondo decennio del Settecento. La città vive ancora dell’illusione di essere capitale musicale d’Europa, mentre in realtà sta già entrando in una fase più instabile. Ed è proprio in questa instabilità che Vivaldi trova il suo terreno naturale: non quello dell’equilibrio, ma quello della pressione continua.

La costanza trionfante nasce così: non come monumento, ma come dispositivo teatrale. Un’opera che non ha una sola versione stabile, ma una serie di assetti, adattamenti, riusi, rifacimenti. E forse è proprio questo il punto: Vivaldi non pensa in termini di “opera definitiva”, ma di macchina che funziona finché funziona il teatro. Il libretto di Antonio Marchi si muove dentro una trama che oggi chiameremmo tipicamente barocca, ma che allora era semplicemente attuale: amori incrociati, potere, tradimenti, riconciliazioni finali. Non c’è psicologia in senso moderno, ma una geometria degli affetti. I personaggi non “evolvono”: si spostano sotto la pressione delle passioni. E il titolo dice già tutto: non la vittoria dell’amore, ma quella della costanza dentro il caos di amori e odi. In questo quadro Vivaldi si muove con una libertà che ancora oggi sorprende. Le arie non sono momenti di sospensione, ma accelerazioni. La forma da capo non è un recinto, ma un campo di variazione continua. L’orchestra non commenta: punge, sospinge, contraddice. È una scrittura che pensa per energia più che per architettura. Ed è proprio questa energia che una lettura smagliante come quella di I Barocchisti sotto la guida di Diego Fasolis rimette al centro, senza mediazioni. Fasolis non liscia il materiale. Lo prende com’è: nervoso, discontinuo, a tratti persino aspro. Lo tiene però sempre in uno stato di tensione controllata, come se ogni aria dovesse restare leggermente “in pericolo”. Il recitativo non è un passaggio obbligato tra numeri, ma il vero luogo in cui il dramma respira. Non c’è cesura netta tra racconto e musica: tutto scorre come una stessa materia instabile. I Barocchisti seguono questa idea senza indulgere. Il suono è diretto, poco ammorbidito, con un continuo che non si limita a sostenere ma incalza. Non c’è ricerca di bellezza astratta: c’è una specie di lucidità teatrale, quasi fisica, che riporta Vivaldi vicino al suo contesto originario, quello di una Venezia in cui l’opera era anche competizione economica e sociale, non solo estetica.

Su questo impianto si innestano due letture vocali molto diverse e proprio per questo complementari. Romina Basso sceglie una linea scura, compatta, poco incline alla seduzione facile. La sua forza non sta nella brillantezza, ma nella densità del fraseggio. Nei momenti più interiori questo approccio funziona pienamente: il personaggio non si espone, si chiude e resiste, come spesso accade nelle figure vivaldiane più complesse, dove la forza non è nell’esibizione ma nella tenuta emotiva. Ann Hallenberg, al contrario, lavora sulla chiarezza assoluta della linea e sulla mobilità del virtuosismo. La sua lettura non cerca spessore psicologico nel suono, ma precisione e slancio. Quando Vivaldi avvampa — e lo fa spesso — questa scelta diventa decisiva: la musica non si “interpreta”, si attraversa. Il risultato non è un equilibrio levigato. È piuttosto una convivenza di due idee vocali diverse che però si innestano bene nel progetto complessivo: quello di un’opera che non vuole essere uniforme, ma franta, mobile, teatrale in senso pieno. Quello che emerge, alla fine, è un Vivaldi meno stereotipato di quanto spesso si ascolti. Non il solo autore delle celebri stagioni o del virtuosismo brillante, ma un compositore che lavora sul conflitto interno delle forme, sulla tensione tra ordine e instabilità, tra simmetria e scarto. La costanza trionfante non è un’opera “ritrovata” nel senso romantico del termine. È un’opera che continua a non essere una sola cosa. E questa produzione ha il merito di non chiuderla, ma di lasciarla aperta: come un organismo teatrale che non si conserva, si rimette in circolo.

Antonio Vivaldi
La costanza trionfante degl’amori e de gl’odii

Romina Basso, Ann Hallenberg, Diego Fasolis
DaVinci Classics