Victoria Terekiev in un recital che comprende tre cicli di musiche dedicate ai bambini di Čajkovskij, Prokof’ev e Šostakovič
Dopo due smaglianti album dedicati ad Aram Khachaturian, Victoria Terekiev torna a confrontarsi con il ricco patrimonio dell’Est europeo, scegliendo consapevolmente una prospettiva solo in apparenza minore: quella del pezzo breve, della miniatura, scandagliata attraverso la lente scorciata di un repertorio destinato all’infanzia. Territorio, questo, che, proprio per la sua apparente semplicità, espone l’interprete al non trascurabile rischio del malinteso: scambiare l’ingenuità per povertà di pensiero, il candore per superficialità.
Ecco, dunque, tre raccolte emblematiche della tradizione russa – le 24 Pièces faciles op. 39 di Čajkovskij, le 12 Easy Pieces op. 65 di Prokof’ev e le Dances of the Dolls di Šostakovič – composte in un arco temporale che attraversa quasi un secolo, dal 1878 al 1953, che riflettono, ciascuna a suo modo, lo stretto, spesso inscindibile nesso tra poetica musicale e intento pedagogico. Pensare a Schumann, all’irraggiungibile incanto delle sue Kinderszenen, è inevitabile. Ma, a loro volta, quegli aforismi intrisi di traboccante, immaginifica bellezza, non sono certo pagine per bambini, bensì musica sull’infanzia: uno sguardo retrospettivo, intriso di memoria, di brevi quanto folgoranti considerazioni filosofiche, in cui l’elemento perturbante convive con una tenerezza mai innocente. Il trittico di raccolte russe qui presenti si colloca su un altro piano.
Qui l’infanzia non è evocata come oggetto di nostalgia, rievocazione, ma assunta come destinatario reale e concreto del discorso musicale. Ne deriva una scrittura che rinuncia deliberatamente alla complessità manifesta, ma non al rigore; che scarnifica i mezzi per esaltarne il respiro visionario. È una distinzione sostanziale, questa, che investe non solo la funzione didattica di questi pezzi, ma il loro stesso statuto estetico. È su questo crinale che si misura con intelligenza la lettura di Victoria Terekiev. Pianista di temperamento forte, naturalmente incline a una fisicità sonora generosa, l’interprete gioca, qui, la carta della sottrazione, il lavoro minuzioso sul dettaglio anche impercettibile, sulle mezze tinte, sul non detto. La lunga esperienza didattica di questa affascinante musicista affiora nella capacità di scolpire, con scalpello fine, ogni brano in un profilo netto, mai manierato, ben caratterizzato nell’identità di ogni singola raccolta.
Ognuna di esse è un mondo a cui Terekiev si accosta con differente postura. In Čajkovskij, Terekiev è privilegiata una cantabilità sorvegliata nella naturalezza del suo morbido eloquio. Prokof’ev, apparentemente più semplice, rivela sotto le dita dell’interprete una scrittura fatta di spigoli attenuati, di ironia sottile, di ritmi pungenti quanto sornioni. Nelle Dances of the Dolls di Šostakovič, infine, la dimensione ludica si tinge di ambiguità: il sorriso si fa obliquo, la leggerezza lascia intravedere ombre, e l’equilibrio tra immediatezza e controllo diventa decisivo. Ne risulta una registrazione che supera la sua destinazione originaria. È certamente un riferimento prezioso per i pianisti in formazione ma, soprattutto, un invito rivolto all’ascoltatore adulto a riconsiderare un repertorio troppo spesso relegato alla funzione ancillare dell’esercizio. In questo senso, la coerenza del progetto trova un ulteriore, significativo riscontro nella scelta di destinare i proventi del cd alla campagna Stop alla guerra sui bambini di Save the Children. Un legame che non si sovrappone al discorso musicale, ma lo completa, restituendo a queste pagine – nate per l’infanzia – una responsabilità etica che ne rafforza il valore nel presente.
Čajkovskij, Prokof’ev, Šostakovič
Matryoshka
Victoria Terekiev
DaVinci Classics