Recensioni - Cultura e musica

L’arte di ricominciare. L’ultimo Michelangeli

Dall’aneurisma di Bordeaux all’ultimo concerto di Amburgo, la rinascita di Arturo Benedetti Michelangeli nel libro di Gian Paolo Minardi L’ultimo Michelangeli

“Sono Robert”. Lo dice Arturo Benedetti Michelangeli nel mezzo della notte, accompagnando alla macchina gli amici, dopo una giornata felice trascorsa insieme. La conversazione è stata lunga, appassionata, naturalmente musicale; Schumann, soprattutto. Poi il gesto del saluto, quella battuta inattesa e, subito dopo, la frase che cambia tutto: “Adesso voi ve ne andate e io rimango solo”. È difficile immaginare una figura più lontana dal personaggio che la leggenda ha consegnato alla memoria: l’interprete assoluto, appartato, intransigente, custodito da una distanza che sembrava talvolta appartenere tanto al suo carattere quanto alla sua stessa idea di musica. E invece è forse proprio da qui che bisogna cominciare per entrare nel giardino privato delle pagine che Gian Paolo Minardi ci consegna. Non dal mito, ma da quella notte. Dalla solitudine che non è posa né eccentricità né semplice ritrosia. Da un uomo che lascia andare gli amici e torna a quella dimensione di silenzio nella quale, come avrebbe confidato allo stesso Minardi, riconosceva una parte profonda della propria natura: “In fondo io ho sempre suonato per una mia vera aspirazione, quella di essere solo”.

È una frase che potrebbe alimentare, da sola, l’aura del mito. Minardi invece la sottrae alla tentazione e la lascia riverberare, nella sua nudità. È uno dei tratti più belli di L’ultimo Michelangeli. Note critiche su ABM: la misura, tanto più preziosa quanto più privilegiata è la posizione dalla quale l’autore guarda. Gian Paolo Minardi Michelangeli lo ha conosciuto (anche) fuori dalla scena, fuori dal rito del concerto, in quella parte della vita che normalmente non entra nei racconti di un artista. Con la moglie ha condiviso con lui giornate a Rabbi e a Pura, conversazioni, momenti conviviali, il piacere di stare insieme senza che ogni incontro dovesse diventare una testimonianza. Michelangeli poteva lasciarsi sorprendere dalle specialità emiliane portate dagli amici, dalle formidabili marmellate preparate in casa da Luigia, formidabile anche in cucina, dal buonumore di una giornata insieme. Pochissimo, in apparenza. In realtà moltissimo, se si pensa alla rarità di una simile prossimità nella vita di un uomo che aveva fatto della riservatezza una condizione quasi necessaria del proprio esistere. E proprio perché Minardi era così vicino, il suo racconto non ha bisogno di invadere. Non c’è il gusto di spalancare una porta che altri non hanno avuto il privilegio di varcare. C’è, piuttosto, la consapevolezza che certe porte, una volta aperte, vadano richiuse con la stessa discrezione con cui ci sono state affidate. È questa forse la forma più alta della testimonianza.

Il libro nasce infatti da una vicinanza personale, ma si sviluppa con la disciplina del critico. Memoria e ascolto procedono insieme; l’aneddoto non diventa mai fine a sé stesso, e la pagina privata torna continuamente verso la musica, perché è lì che il ricordo trova la propria ragione. Sette capitoli e ventuno recensioni pubblicate negli anni, principalmente sulla Gazzetta di Parma: nella loro galleria di istantanee, la sedimentazione cristallizzata di un ascolto protratto nel tempo, capace di seguire Michelangeli nel mutare delle sue interpretazioni e della sua stessa idea di sé.

Il punto di svolta è Bordeaux. Ottobre 1988. Michelangeli sta suonando Debussy in un concerto benefico quando viene colpito da un aneurisma. L’incanto sembra definitivamente spezzato. Invece, per il maestro questa pietra d’inciampo sarà una rinascita. E Minardi assume proprio questa parola, questa possibilità di un nuovo inizio, come asse della parte più originale del suo racconto: ciò che viene dopo non è la sopravvivenza di un artista già compiuto, avviato verso la sua ultima stagione, ma l’avvio di un tempo nuovo. È qui che il libro smette di essere, anche per chi già conosca la vicenda biografica, una semplice ricostruzione dell’ultimo periodo. Perché “ultimo” non significa, in queste pagine, soltanto terminale: significa estremo, portato fino al limite, osservato nel momento in cui un interprete, dopo avere costruito intorno al proprio pianismo una delle più solide mitologie del novecento, torna a mettersi in discussione.

Michelangeli non amava la parola “perfezione”. Preferiva “evoluzione”. E la differenza è tutt’altro che terminologica. La perfezione presuppone un punto d’arrivo; l’evoluzione lo sposta continuamente. La prima può essere contemplata, la seconda obbliga a lavorare. “Non ho memoria, comincio sempre da zero”, diceva spesso. In questa frase c’è forse il Michelangeli più vero che il libro ci consegna. Un musicista che non si concede il conforto della propria fama, che non considera acquisita nemmeno la propria esperienza ma che, davanti a una pagina già attraversata infinite volte, deve tornare, ancora, a cercare.

È anche per questo che la parola “mestiere”, nel libro, acquista un significato così forte. Il mestiere del pianista non ha nulla di misterioso o di esoterico: è lavoro, preparazione, sacrificio, ascolto. È conoscenza minuziosa, maniacale, dello strumento, delle sue possibilità, persino delle condizioni ambientali nelle quali quel corpo complesso di legno, metallo e meccanica può finalmente diventare docile al pensiero musicale. Minardi trova, a questo proposito, un accostamento di particolare felicità con Giorgio Morandi. Il quadro che nasce lentamente, attraverso la preparazione paziente dei colori e la disposizione certosina degli oggetti; il pianista che conosce ogni segreto del proprio strumento e ne ricerca le condizioni più giuste. In entrambi, l’arte come lavoro e il lavoro come forma di onestà morale; una prospettiva, questa, che restituisce a Michelangeli una concretezza spesso offuscata dalla leggenda. Dietro il suono che sembra arrivare da olimpiche latitudini c’è una quantità di lavoro quasi vertiginosa. Dietro la naturalezza apparente, una disciplina severissima, figlia della responsabilità dell’interprete. E così anche il rapporto con il pianoforte, che potrebbe facilmente essere raccontato come una delle tante ossessioni del personaggio, acquista un’altra luce. Lo strumento deve essere conosciuto fino in fondo, non per esibirne il controllo, ma perché possa finalmente scomparire. Il pianoforte deve diventare il tramite, non il protagonista. Forse è qui che la parola “servizio”, utilizzata da Minardi, trova il suo senso più preciso: l’interprete non è padrone della musica, ma colui che si mette al suo servizio, cercando di liberare ciò che il pentagramma contiene senza poterlo esprimere da solo: una concezione quasi antica dell’interprete e, insieme, radicalmente moderna.

Questo Michelangeli in movimento è forse il vero protagonista del libro. E allora diventano particolarmente interessanti anche quei territori che una certa storiografia ha considerato laterali. La montagna, per esempio. La Val di Rabbi, Pura, il rapporto con la natura e con quel silenzio che per lui non era semplicemente un rifugio, ma una condizione necessaria al lavoro. E poi la collaborazione, sorprendente soltanto a uno sguardo superficiale, con il coro della Sat e le armonizzazioni dei canti popolari alpini. Quel paesaggio inventivo lontano anni luce dall’immagine del pianista aristocraticamente isolato che la memoria ha spesso costruito, teso alla purezza, alla rarefazione. La montagna, i canti, la natura non sono una parentesi rispetto alla sua idea di musica, bensì una sua estensione. Minardi insiste sul rigore con cui Michelangeli affrontava quelle armonizzazioni, sulla serietà quasi professionale che riconosceva ai cantori della Sat. Il discrimine non era il genere musicale, né la distanza fra una grande sala da concerto e un canto di montagna. Era la qualità artigianale del lavoro, la serietà con cui ci si accosta alla musica. Una concezione severa e, nello stesso tempo, sorprendentemente democratica dell’arte in cui non esistono repertori minori quando chi li affronta lo fa con quel senso di verità, di onestà ammirevole, quasi dolorosa. E forse proprio qui si comprende quanto poco ci sia di decorativo nell’amore di Michelangeli per la montagna. La natura gli offre il silenzio, il canto popolare, una materia nuda. Il pianoforte, la possibilità di interrogare il suono fino ai suoi limiti.

Il capitolo dedicato all’insegnamento, poi, apre un’ulteriore prospettiva. Il Michelangeli severo, quasi inavvicinabile, poteva trasformarsi davanti agli allievi in un maestro di straordinaria generosità. L’intransigenza che applicava a sé stesso diventava, con chi lavorava sotto la sua guida, una forma di responsabilità, di messa a disposizione. I leggendari corsi di perfezionamento – da Bolzano ad Arezzo, Siena, Lugano e Pura – appartengono a una parte fondamentale della sua eredità. E in questi contesti, la presenza di Minardi e della moglie assume, inevitabilmente, un valore particolare. Un’intimità che la figura straordinaria di Luigia sa alimentare e raddensare ora dopo ora, con le doppie corde della convivialità e dell’infallibile gusto musicale, della parola esatta, del commento capace di centrare il bersaglio con un aggettivo. La sua presenza appartiene alla trama di quelle giornate, a quello spazio umano nel quale la musica poteva continuare a essere materia di conversazione senza diventare mai esibizione. Perle che un biografo difficilmente potrebbe ricostruire, e che un testimone indiscreto potrebbe facilmente rovinare. Minardi fa invece qualcosa di più difficile: le lascia filtrare. Quanto basta. Il resto rimane nella penombra. Ed è forse proprio questa penombra a restituire credibilità al ritratto.

Poi ci sono le recensioni. La loro presenza nella seconda parte del volume cambia il passo della lettura. Dopo la memoria arriva il documento. Dopo la prossimità personale, la distanza critica. Dopo l’uomo incontrato nelle giornate private, il pianista osservato in sala, davanti al pubblico. È un movimento prezioso perché permette di verificare la continuità fra i due sguardi. Fino ad Amburgo. 7 maggio 1993, l’ultimo concerto. Tutto Debussy. Qui la memoria diventa inevitabilmente più fragile, perché oggi conosciamo ciò che sarebbe accaduto dopo. Ma il merito di Minardi è di non caricare quella sera di presagi che allora non potevano esistere. Non costruisce retroattivamente un testamento. Ascolta ciò che è accaduto. E ciò che accade, nella sua lettura, è sorprendente. C’è un Michelangeli diverso. Una gestualità più libera. Un rapporto meno sorvegliato con il gesto. Persino fugaci accenni al canto, piccoli suoni trattenuti, quasi impercettibili, che sembrano incrinare – nel senso più alto del termine – quell’aplomb che per decenni era stato parte della sua cifra. Come se qualcosa, finalmente, potesse affiorare. Intimo, vertiginoso. Perché la musica di Debussy, con quella sua natura fatta di frammenti e di unità segrete, sembra essere stata per Michelangeli un territorio di ricerca lungo tutta la vita. E nell’ultima sera quella ricerca appare improvvisamente come una promessa. La musica sembra ancora aprire, invece di chiudere.

Oggi sappiamo che quella sera era l’ultima. E allora le parole che Minardi aveva scritto per ricordarla assumono un peso che probabilmente nessuna recensione avrebbe potuto prevedere al momento della pubblicazione. E forse è questo il punto in cui L’ultimo Michelangeli tocca qualcosa che va oltre il ritratto di un interprete. Perché raccontando gli ultimi anni di Michelangeli, Minardi racconta anche una certa idea della musica: non un oggetto da possedere, non una superficie da lucidare fino alla perfezione, ma qualcosa che continua a sottrarsi proprio mentre crediamo di averlo raggiunto. Da qui il senso di quella parola, “evoluzione”, che attraversa il libro. E da qui anche il senso di quel “cominciare sempre da zero” che ha accompagnato l’esistenza intera dell’interprete e dell’uomo Michelangeli.

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