La stagione sinfonica 2025/2026 al Teatro alla Scala di Milano è inaugurata dalla presenza di Daniel Baremboim, che guida la Filarmonica della Scala in un appuntamento tutto dedicato al genio compositivo di Beethoven
Concerto per violino e orchestra in re maggiore op.61 e Sinfonia n.5 in do minore, op. 67: questo il programma di una serata che ha visto risplendere il luminoso astro di Lisa Batiashvili, ormai nota violinista dall’innegabile talento tecnico e artistico.
Ed è proprio lei a presentarsi sul palcoscenico, disinvolta e spigliata, accolta dagli applausi del pubblico, applausi che diventano ancor più consistenti quando a seguirla è Baremboim. Con incedere lento e solenne, il direttore raggiunge il podio al centro del palco, si accomoda su una sedia e stringe la bacchetta tra le dita della mano destra. Non ha la partitura dinanzi, non gli occorre. Stesso vale per la Batiashvili: ogni singola nota del Concerto op. 61 è ben impressa nella sua mente e prende vita attraverso i movimenti del suo braccio destro che guida l’archetto con gesti ora dolci ora violenti, che disegnano melodie dal significato espressivo sempre vario, col risultato di riuscire a mantenere desta la concentrazione dei presenti perché risulta impossibile annoiarsi o, peggio, distrarsi, quando l’artista georgiana impugna lo strumento.
Nell’Allegro ma non troppo (primo movimento del Concerto in re maggiore), dopo l’introduzione affidata all’orchestra, quasi dal nulla emerge il suono del suo violino che, pur dialogando con le diverse sezioni strumentali, domina e conduce il discorso dal principio. Nell’elegante e raffinato Larghetto, ella produce un canto ammaliante e a tratti riflessivo. Si avverte un senso di calma, di sospensione, interrotto dal passaggio, senza interruzione alcuna, al terzo movimento, il Rondò. Allegro. Qui prevale pienamente il virtuosismo di Batiashvili, che si muove sul palco destreggiandosi con abilità e naturalezza, in un contesto nel quale la musica beethoveniana esprime gioia, entusiasmo e liberazione.
Al termine dell’esecuzione, per accontentare gli astanti, la violinista concede come bis l’Aria sulla quarta corda di Bach. Si ritira poi dietro le quinte, Baremboim le porge la mano e lei la bacia, leggermente chinandosi.
Lo spettacolo riprende con la Sinfonia n. 5 in do minore, op. 67, mentre l’organico della Filarmonica si arricchisce di altri elementi.
Baremboim, pur senza gesti eclatanti, fa emergere autorità e tensione che si annidano in una partitura che, sin dalle celeberrime quattro note del primo movimento, Allegro con brio, richiama elementi tragici che suggeriscono nello spettatore l’impressione che il pericolo, l’imponderabile, l’inaspettato, sia dietro l’angolo in attesa di manifestarsi. Il direttore argentino sa cogliere e valorizzare i momenti di profonda liricità e pacatezza che si alternano a sezioni più complesse e articolate sul piano compositivo e interpretativo. Solo nel finale del quarto ed ultimo movimento (Allegro. Presto), a conclusione dell’esasperato grido degli archi, disperazione, tristezza e apprensione svaniscono finalmente sconfitte dal trionfo di quell’ultimo do suonato dall’organico strumentale, che simboleggia l’avvenuto passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita.
Baremboim riceve consensi e acclamazioni e saluta, commosso, il pubblico della Scala.