Nel nuovo disco Stradivarius Music of twilight, quattro composizioni di Carlo Alessandro Landini tra architettura, conflitto, trasformazione e trascendenza
C’è un topos che sembra attraversare, sotterraneamente ma con ostinata evidenza, la musica di Carlo Alessandro Landini: la forma. Non intesa come recinto, come dispositivo ordinatore chiamato a contenere una materia altrimenti informe, ma come principio generativo, organismo in perpetua trasformazione, luogo nel quale il suono acquista una propria necessità e, attraverso di essa, sembra interrogare ciò che sta oltre il suono. È questa la prima impressione che si ricava da Music of twilight, il nuovo disco pubblicato da Stradivarius, nel quale quattro composizioni appartenenti a momenti diversi della parabola creativa del compositore – View of the cathedral of Wroclaw from the Odra river (2016), Epiphanè (1995-96), So führ’ mich, Herr, in Himmel ein (2021-22) e This heart thy center is, this flesh thy sphere (2010) – compongono un itinerario che è insieme musicale, speculativo e spirituale. Non si tratta, tuttavia, di una spiritualità dichiarativa. In Landini il trascendente non viene illustrato: si insinua nella materia sonora, emerge dal modo in cui una figura si genera, si tende, si frantuma, si ricompone. Il suono non racconta qualcosa che gli preesiste; è piuttosto il luogo nel quale qualcosa prende forma.
La prospettiva appare già con particolare evidenza in View of the cathedral of Wroclaw from the Odra river, affidata nella registrazione ai Pomeriggi Musicali di Milano diretti da Yusuke Kumehara. L’origine figurativa del brano – la veduta settecentesca di Friedrich Bernhard Werner della cattedrale di Breslavia osservata dall’Oder – potrebbe suggerire una semplice trasposizione musicale dell’architettura. Ma Landini compie un’operazione assai più sottile: non descrive l’edificio, ne traduce il principio costruttivo. Le linee gotiche diventano traiettorie sonore; la verticalità architettonica si trasforma in una tensione ascensionale; pieni e vuoti vengono restituiti attraverso addensamenti e rarefazioni timbriche. Gli archi, con i loro glissandi, sembrano continuamente sollevare la materia verso una dimensione ulteriore, mentre la massa orchestrale si contrae e si espande, quasi respirasse. La cattedrale, dunque, non è più semplicemente un’immagine: diventa un modo di organizzare l’ascolto. E proprio qui la musica di Landini rivela uno dei suoi tratti più personali: l’ascoltatore non è invitato a riconoscere, ma a innalzare progressivamente la propria soglia percettiva.
Se in questo primo lavoro la forma nasce da una struttura esterna e viene interiorizzata dal suono, in Epiphanè la situazione sembra capovolgersi. I cinque strumenti – pianoforte, clarinetto, flauto, tromba e corno – si comportano come altrettante individualità che cercano un linguaggio comune senza riuscire pienamente a trovarlo. Le loro linee si avvicinano, si sovrappongono, si interrompono, si contraddicono. È una sorta di teatro dell’incomunicabilità, nel quale la forma non coincide con l’armonia, ma nasce proprio dalla tensione fra differenze irriducibili. L’ensemble Giacinto Scelsi, diretto da Gloria Clemente, restituisce con efficacia questa continua instabilità: ogni voce sembra reclamare una propria autonomia e, nello stesso tempo, cercare disperatamente una possibilità di relazione. La dissonanza, in questo contesto, sembra essere condizione esistenziale. La musica procede per tentativi, deviazioni, ripensamenti, come se ogni gesto dovesse verificare la propria legittimità prima di poter diventare forma.
Ancora diversa è la prospettiva di So führ’ mich, Herr, in Himmel ein, costruita su un testo pietista del seicento e affidata al Gruppo Bruno Maderna diretto da Remo Pieri. Qui la trasformazione assume un carattere quasi rituale. Il materiale sonoro iniziale è inquieto, frastagliato, attraversato da nuclei dissonantici che sembrano esprimere smarrimento e precarietà. Ma progressivamente qualcosa si organizza. È significativo che il verbo tedesco führen significhi condurre, guidare. Perché proprio di questo sembra trattarsi: di una musica che conduce la propria materia verso un diverso stato di coscienza. Non attraverso una pacificazione improvvisa, bensì mediante una lenta modificazione dei rapporti fra i suoni, degli impasti, delle densità. La consonanza non viene imposta dall’esterno: viene conquistata. E quando, nelle battute conclusive, il clarinetto introduce una linea più stabile, quasi rasserenata, non si ha l’impressione di essere arrivati a una soluzione definitiva, quanto piuttosto di aver raggiunto la soglia di qualcosa che rimane oltre il visibile e l’udibile.
È forse nel quarto brano, This heart thy center is, this flesh thy sphere, che questa poetica raggiunge la sua formulazione più concentrata. Il titolo deriva da John Donne, ma Landini interviene sul verso originale sostituendo Bed con Heart e Walls con Flesh. Una trasformazione minima sul piano lessicale, enorme su quello concettuale: lo spazio fisico diventa spazio interiore, la carne si fa involucro di una dimensione ulteriore. Anche la scrittura musicale sembra obbedire a questa metamorfosi. Al pianoforte e al clarinetto, collocati in una dimensione più raccolta e quasi immobile, si aggiunge il violino, la cui linea si libra nei registri acuti e sovracuti a creare una sorta di levitazione timbrica: il suono non procede tanto in avanti quanto verso l’alto. È qui che la musica di Landini manifesta con maggiore chiarezza la propria vocazione metafisica. Non perché rinunci alla concretezza del suono, ma, al contrario, perché porta quella concretezza al limite delle sue possibilità percettive.
Quattro composizioni, dunque, e altrettante modalità di intendere la forma: architettura, conflitto, trasformazione, trascendenza. Ma il loro accostamento rivela una sostanziale continuità di pensiero. Landini sembra concepire la composizione come un processo nel quale la materia sonora non viene semplicemente organizzata: viene interrogata. In questo senso Music of twilight è un titolo particolarmente felice. Il crepuscolo è una condizione liminare, il momento nel quale le forme non scompaiono ma cambiano statuto, diventano meno nette, più interiori, forse più profonde. È precisamente in questa zona di penombra che la musica di Landini sembra voler abitare. Una musica che domanda tempo, ascolto, disponibilità. E che, soprattutto, non si esaurisce nell’atto dell’ascolto: lascia dietro di sé una domanda sulla natura stessa della forma, sul rapporto fra visibile e invisibile, fra materia e spirito, fra ciò che il suono mostra e ciò che, misteriosamente, continua a sottrarci. Anche per questo l’ascolto di Music of twilight non è un’esperienza da consumare, ma da riprendere. Perché nella musica di Landini ogni forma, una volta raggiunta, sembra già contenere il germe della propria trasformazione.