Gringolts, Power e Haider al Bibiena: il camerismo come arte dell’ascolto
Un gioco. Di sguardi, di pungenti sottesi, di una complicità alata che nessuna prova può confezionare e che solo l’incontro tra spiriti eletti assicura. Lo scorso lunedì 2 febbraio, mentre fuori infuriava una pioggia battente, il Teatro Bibiena si raccoglieva attorno alla classe sopraffina di Ilya Gingolts e Lawrence Power per una serata che è già consegnata ai memorabilia del pluridecennale forziere di Tempo d’Orchestra. L’uno e l’altro di casa qui a Mantova, già più volte protagonisti di indimenticati momenti di musica nelle folles journées di Trame Sonore ed ora approdati, insieme, in Stagione, per un dialogo che vedeva, sul leggio, il monumento della Sinfonia Concertante in Mi bemolle maggiore K 364.
Creatura solitaria, nata negli anni dolorosi e cruciali che vedono l’ex enfant prodige affacciarsi all’età adulta, fare i conti con le sue durezze, con un amore non corrisposto, con la morte della madre, con le porte sbattute di un mondo non ancora pronto per accoglierne il genio visionario. Qui, nei tre movimenti che ne costituiscono la scansione, l’inquietudine e l’amarezza sembrano trovare il temporaneo conforto di un’oasi di pace, il porto sicuro in cui improvvisare una malcerta tregua; e, nonostante il numero di catalogo ne tradisca l’appartenenza a quella che, nella bruciante parabola esistenziale di un uomo morto a nemmeno trentasei anni, può essere definita l’età di mezzo, in essa l’ascoltatore trova, disseminati, indizi, schegge, intuizioni che solo nelle opere estreme vedranno pieno compimento. La lettura di questo capolavoro consegnata all’uditorio dai due interpreti ne attraversava con cristallina naturalezza le olimpiche geometrie, esaltando la luce diurna, maestosa, del primo movimento, levigando con trepidante adesione la meditativa melanconia del secondo - una pagina intrisa di crepuscolo, di pacata disillusione ma anche di quella palpabile consolazione che il dialogo con una voce amica assicura -, tuffandosi con chirurgico vitalismo nel bizzoso slancio del Rondò finale, in cui i rispettivi archetti disegnavano arabeschi di spettacolare fattura. Attorno al loro magistero fatto di sottrazione, di immaginifico garbo, di quella narrazione mai ostentata ma, anzi, sgorgante dall’urgenza del dire, un dire che si impone senza artifici, con poco vibrato, nella purezza adamantina del suo affacciarsi, un’OCM in gran spolvero.
La conduzione sorvegliata e sempre plastica di Friedrich Haider, in perfetta assonanza con la visione dei solisti, era uno scandaglio che, più della smaltata superficie, esaltava il ricco tessuto delle tinte di mezzo, delle voci affioranti dall’arazzo degli archi, chiamate a contrappuntarne l’oro con l’intimo, vivido presagio dei fiati, la brulicante ricchezza di una scrittura che la scelta di privilegiare pesi sonori più intimi, più interiorizzati, faceva emergere in tutta la sua densità. Una lettura di esemplare, partecipata sobrietà in cui era il sapiente gusto nell’intessere un dialogo mai di circostanza ma, anzi, teso, procedente per rivelazioni, nel sopraffino passamano di fraseggi che disegnavano curvature sorprendenti, a testimoniare, dote rara, la capacità della rinuncia, del fare posto all’altro, del camerismo più autentico che fa di Gringolts e di Power due musicisti che qui diventavano uno solo e, al tempo stesso, mozartianamente infiniti.
Nella seconda parte del concerto, Mozart sfociava, quasi per naturale conseguenza, nell’esaltante Quarta Sinfonia di Mendelssohn, l’“Italiana”, tripudio di scalpitante ebbrezza che Haider imbrigliava accuratamente in un vitalismo arioso, respirato, mai muscolare, assecondandone le audaci punteggiature delle accentazioni, l’aereo folleggiare che nel suo gesto trovava sempre l’avvolgenza di un canto spiegato, l’articolazione di una pronuncia nitida, in questo intimamente mozartiana, che dava sbalzo ai fugati, alle articolate trame, alla fantasioso irradiarsi delle linee. Magnifico, sornione, vagamente avvolto da una nebbia che ne rallentava, senza spegnerlo, il passo, era l’Andante con moto, a cui facevano seguito gli echi di bosco, nei corni persi in lontananza, del terzo movimento, perfetto contrappeso tra l’amabile esuberanza del pannello iniziale e al rutilante precipitare del Saltarello conclusivo, in cui, sapendo bene di rischiare l’osso del collo, direttore e strumentisti si tuffavano a perdifiato, in un gioioso, ossessivo turbine di danza, di pathos, di bellezza.