Recensioni - Cultura e musica

L'architettura invisibile di Brahms

Federica Righini e Riccardo Zadra incidono per Da Vinci Classics i Quintetti op. 88 e op. 111 nella trascrizione a quattro mani dello stesso autore

Sotto l'eburnea superficie delle opere brahmsiane, in particolare di quelle cameristiche, Brahms annida il castello di un'intelligenza costruttiva di straordinaria complessità, che di quella disarmante bellezza costituisce i tiranti, il punto nevralgico capace di tenere insieme slancio lirico e rigore architettonico in un equilibrio quasi miracoloso. Ascoltare i Quintetti op. 88 e op. 111 nella trascrizione per pianoforte a quattro mani significa entrare nel cuore di quel meccanismo.

È un'esperienza che richiede, almeno inizialmente, un piccolo atto di sospensione. Chi conosce intimamente questi capolavori porta istintivamente nell'orecchio il colore caldo delle viole, la duttilità degli archi, quella continua respirazione collettiva che è una parte essenziale della loro identità sonora. Eppure, dopo poche pagine, l'elemento stesso della trascrizione perde gran parte della sua importanza. Non perché il pianoforte riesca a sostituire gli archi, ma perché la scrittura di Brahms si rivela abbastanza forte da trascendere il mezzo per cui era stata concepita.

Federica Righini e Riccardo Zadra comprendono perfettamente questa premessa. La loro lettura evita accuratamente la trappola più insidiosa di ogni trascrizione cameristica: quella di imitare ciò che il pianoforte non può essere. Nessuna ricerca artificiosa di effetti "aumentati", nessun tentativo di ricreare la parlante linea dell'arco attraverso il pedale o una sonorità sovraccarica. Al contrario, i due interpreti si incamminano alla scoperta della natura "pianistica" di queste pagine e ne valorizzano le peculiarità, lasciando emergere con straordinaria chiarezza le relazioni interne della scrittura.

In questo senso la scelta dello Streicher storico assume un significato che va ben oltre la correttezza filologica. Il suo timbro d'antan possiede una sorprendente capacità di differenziare i registri. I bassi conservano profondità senza opacità, il registro centrale mantiene una qualità quasi vocale, mentre gli acuti non perdono mai trasparenza. Il risultato è una tavolozza sonora che sembra favorire naturalmente la polifonia e rendere leggibili dettagli che spesso, nelle esecuzioni moderne, tendono a confondersi all'interno di una massa sonora più compatta.

L'op. 88 beneficia in modo particolare di questa prospettiva. Definito da Brahms stesso un "prodotto della primavera", il Quintetto in Fa maggiore conserva qualcosa di eccezionalmente luminoso all'interno della sua produzione cameristica. Ma la luminosità non coincide mai con la semplicità. Sotto la serenità apparente del primo movimento si nasconde una rete fittissima di connessioni motiviche che Righini e Zadra espongono con ammirevole naturalezza. La loro è un'interpretazione che rifugge qualsiasi compiacimento sentimentale. Le frasi scorrono con una fluidità quasi narrativa, e proprio questa apparente spontaneità consente alla complessità della costruzione di emergere senza essere sottolineata.

Particolarmente riuscito appare il grande movimento centrale, uno dei più enigmatici e affascinanti dell'intera produzione brahmsiana. Grave, scherzo, intermezzo e meditazione sembrano succedersi come scene di un unico racconto interiore. I due pianisti evitano di frammentare il discorso in episodi contrastanti e ne restituiscono invece la profonda unità organica. Le transizioni, elemento fondamentale dell'arte di Brahms, diventano qui il vero luogo della narrazione: non semplici passaggi, ma momenti nei quali la musica muta continuamente forma sotto gli occhi dell'ascoltatore.

L'op. 111 appartiene già a un altro mondo. Se il Quintetto precedente conserva ancora qualcosa della misura classica, qui la scrittura si espande con una libertà e una sicurezza che guardano quasi alla dimensione sinfonica. È il Brahms degli ultimi anni, ormai pienamente padrone dei propri mezzi, capace di concentrare un'impressionante quantità di energia entro strutture di perfetto equilibrio.

Anche in questo caso Righini e Zadra scelgono la strada della misura. L'impeto del primo movimento non viene mai trasformato in spettacolo sonoro. Al contrario, la tensione cresce dall'interno della frase, accumulandosi progressivamente fino a generare quella sensazione di inevitabilità che è uno dei segni distintivi del grande Brahms. L'ascoltatore percepisce costantemente il movimento delle linee interne, il lavorio sotterraneo che alimenta il discorso e gli conferisce una straordinaria coesione.

L'Adagio è forse il vertice emotivo dell'intero programma. Qui gli interpreti mostrano una notevole maturità nel resistere a ogni tentazione elegiaca. La malinconia che attraversa queste pagine non viene esibita ma lasciata affiorare naturalmente dalla qualità del fraseggio e dalla gestione del tempo. Ne nasce un clima di intensa concentrazione poetica, nel quale la riflessione sembra prevalere sull'abbandono sentimentale.

Nel finale emerge invece una componente spesso trascurata dell'universo brahmsiano: una vitalità quasi gioiosa, percorsa da echi popolari e improvvise accensioni ritmiche. Righini e Zadra ne colgono perfettamente il carattere, mantenendo sempre saldo il controllo della forma e impedendo che l'energia degeneri in semplice esuberanza.

Ciò che colpisce maggiormente, al termine dell'ascolto, è la coerenza del progetto. Nulla appare dettato dalla curiosità antiquaria o dal desiderio di proporre una lettura alternativa a tutti i costi. Queste trascrizioni, nelle mani dei due interpreti, recuperano la loro funzione originaria: non sostituire l'originale, ma offrirne una diversa prospettiva. Come accade osservando un edificio da un punto di vista inatteso, alcuni dettagli scompaiono mentre altri acquistano un nitore sorprendente.

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