Ottima direzione di Lü Jia a capo dell’orchestra della Fondazione Arena
Continua l’interessante stagione sinfonica presso il Teatro Filarmonico di Verona con la Nona Sinfonia in Re maggiore di Gustav Mahler. L’ultima sinfonia portata a termine dal grande compositore austriaco, la decima resterà infatti incompiuta, manca da Verona dal lontano 1993, per l’occasione diretta dal compianto Giuseppe Sinopoli.
Opera di grande intensità e maturità, la nona sinfonia riprende e approfondisce tutte le tematiche musicali care a Gustav Mahler. La composizione avvenne nell’estate del 1908 durante un periodo di villeggiatura trascorso a Dobbiaco in alta Val Pusteria.
Il primo movimento rispecchia l’idillio montano in cui si trovava il compositore: un andante comodo, che sembra un viaggio in una natura cangiante e mutevole, fatta di sonorità avvolgenti e sfaccettate, provenienti dalle varie sezioni dell’orchestra. La musica scorre in un serrato dialogo fatto di avvicinamenti e opposizioni, guidato dal vessillo trionfante e adamantino della tromba, che con lunghe note tenute conduce l’ascoltatore nell’ascolto del polimorfico universo sonoro mahleriano.
Nel secondo movimento, Mahler sembra ritornare fra la gente di montagna, nelle borgate di Vienna. In un tempo da Ländler, ovvero da canzone popolare, un po’ goffo e sfrontato. Ritornano i ritmi da ballata, le frottole popolari che si intrecciano e rimbalzano fra gli strumenti con apparente semplicità. Inevitabile cade il pensiero alle sublimi melodie popolari di Des Knaben Wunderhorn.
Il terzo movimento è un’esplosione di forza e potenza, nel tempo di un “rondo burleska”, allegro assai e ostinato. Qui il compositore da sfogo ad una profonda e sublime perizia contrappuntistica, ricordandoci che il novecento è ormai iniziato, e conducendoci in atmosfere che influenzeranno tutti i sinfonisti successivi, non escluso Dmítrij Šostakóvič, di cui questo movimento anticipa alcune sonorità.
Capolavoro assoluto però è il quarto e ultimo movimento della sinfonia: un adagio di solenne e ieratica classicità, completamente sorretto nelle ampie volute sonore dall’unisono di violini, viole e violoncelli. Un tempo dilatato, che a tratti sembra infinito, in una sospensione sonora e immaginifica mozzafiato, che si conclude con un sublime pianissimo tenuto fino al parossismo. Un capolavoro.
Lü Jia dirige con piglio e sicurezza l’orchestra della Fondazione Arena, perfettamente a suo agio anche con questo repertorio tutt’altro che semplice. Il maestro cinese ha un gesto asciutto, chiaro, che alterna l’uso della mano e della bacchetta. Stacca tempi precisi e corretti, agogiche varie e di brillante esecuzione. Raggiunge il suo massimo nel movimento finale, ottenendo dall’orchestra un suono corposo e vibrante. Un plauso particolare a tutte le sezioni dell’orchestra e alla tromba solista di Pietro Sciutto.
Il folto pubblico ha ascoltato incantato la sinfonia, regalando in conclusione molti applausi ad orchestra e direttore.
Raffaello Malesci (Venerdì 24 Aprile 2026)