Recensioni - Cultura e musica

Monteverdi, la guerra degli affetti e la vertigine della voce

Al Teatro Bibiena di Mantova Michele Pasotti guida La fonte musica e il Ricercare Ensemble nei Madrigali guerrieri, et amorosi per Cori a Palazzo 2026

C’è un’emozione particolare nell’ascoltare Claudio Monteverdi a pochi passi dai luoghi in cui la sua vicenda artistica affonda le radici. Non è soltanto la suggestione delle origini, ma la possibilità di percepire quanto la sua rivoluzione del suono e della parola sia ancora capace di parlarci. Con Le meraviglie cantate, Cori a Palazzo 2026 ha dedicato al compositore una serata di toccante intensità, lo scorso 11 ottobre al Teatro Bibiena di Mantova, dove musica, canto, danza e architettura hanno concorso a restituire tutta la forza teatrale della sua scrittura. Al centro del programma, pagine dell’ottavo libro dei Madrigali guerrieri, et amorosi, pubblicato nel 1638, nelle quali amore e guerra si specchiano in un continuo conflitto di passioni. Monteverdi trasforma la parola in ritmo, il ritmo in gesto, la musica in un linguaggio capace di dare forma alle contraddizioni dell’animo umano.

È in questa prospettiva che si colloca il lavoro di Michele Pasotti alla guida dell’ensemble La fonte musica: una direzione plastica e attentissima, la sua, alla relazione fra testo e suono, nella quale la conoscenza della prassi storica diventa strumento di ricerca espressiva, mai esercizio accademico. Anche alla tiorba, Pasotti partecipava alla costruzione di un discorso musicale vivo, fatto di sospensioni, slanci e sottili variazioni timbriche. Il dialogo con il Ricercare Ensemble, preparato da Romano Adami, contribuiva a restituire la complessità della scrittura monteverdiana senza levigarne appieno le asperità, in una ricerca interpretativa capace di tenere insieme rigore e libertà, coesione d’insieme e preziosa trama della scrittura vocale.

Il cuore della serata era il Combattimento di Tancredi e Clorinda, composto nel 1624 sul testo della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Qui il cosiddetto stile concitato trasforma le ripetizioni strumentali nel pulsare dello scontro, mentre la voce del Testo segue e alimenta l’azione, sospesa fra narrazione e partecipazione. Mauro Borgioni affrontava questo ruolo con notevole intensità, scolpendo la parola con il consueto bronzo rilucente di uno strumento vocale di magnifica fattura e conferendo al racconto una presenza teatrale incisiva. Massimo Altieri, Tancredi, e Alena Dantcheva, Clorinda, contribuivano con vivida efficacia, dal canto loro, a rendere percepibile la duplice natura del duello, fisica e interiore: uno scontro nel quale l’identità dell’avversario resta nascosta fino alla tragica rivelazione finale.

Le coreografie di Cod Danza Mantova, curate da Chiara Olivieri, non si limitavano a illustrare l’azione ma ne amplificavano tensioni e contrasti attraverso il linguaggio del corpo. Il gesto diventava così una prosecuzione della partitura, rendendo visibile ciò che la musica suggeriva e la parola non poteva esaurire.

Di diversa natura, ma altrettanto intensa, la tensione di Hor che ‘l ciel e la terra. Sul sonetto di Petrarca, Monteverdi costruisce un paesaggio notturno nel quale la quiete del mondo contrasta con l’inquietudine dell’amante. La scrittura procede per equilibri instabili, improvvise incrinature e mutamenti espressivi che restituiscono la complessità di una coscienza incapace di trovare riposo. Nel Lamento della ninfa, invece, il dolore si raccoglie attorno al basso ostinato, mentre la voce oscilla fra abbandono e resistenza. La ripetizione musicale non consola, ma rende tangibile la persistenza della sofferenza. Alena Dantcheva trovava in questa pagina uno spazio espressivo di particolare intensità, sostenuta dal dialogo con le voci maschili. Accanto a lei, Francesca Cassinari e il contralto Chiara Brunello arricchivano la tavolozza timbrica, mentre i tenori Matteo Laconi, Alessio Tosi e Massimo Altieri e il basso Guglielmo Buonsanti contribuivano alla varietà e alla coesione dell’insieme.

Anche la dimensione visiva partecipava a questa ricerca. Al Bibiena, la scenografia sfruttava i palchi frontali e l’olimpica misura dell’edificio, creando un teatro nel teatro nel quale l’architettura diventava parte attiva della rappresentazione. Musica e spazio si richiamavano continuamente, mentre la danza introduceva ulteriori livelli di lettura, senza sovrapporsi alla centralità del suono. In questo intreccio risiede uno dei meriti maggiori di Le meraviglie cantate: aver restituito Monteverdi non come autore da celebrare a distanza, ma come compositore ancora capace di interrogare il presente.

Da ultimo, il Ricercare Ensemble confermava il valore di una presenza culturale che, attraverso studio, progettualità e continuità, contribuisce con inesausta propositività alla vita musicale del territorio. La sua collaborazione con un ensemble specializzato come La fonte musica dimostra quanto l’incontro fra competenze diverse possa generare nuove prospettive d’ascolto.

A pochi passi dai luoghi legati alla storia di Monteverdi, la sua musica tornava così a interrogare il rapporto fra violenza e compassione, desiderio e perdita, parola e silenzio. La guerra di Tancredi, il dolore della Ninfa e la veglia inquieta del sonetto petrarchesco rivelavano una medesima urgenza: dare forma a ciò che nell’uomo eccede le parole. È questa la vertigine della voce monteverdiana, ancora capace di trasformare la memoria in esperienza condivisa.