Secondo appuntamento della stagione sinfonica 2025/26 al Teatro alla Scala
Dopo Barenboim, che ha diretto lo scorso novembre il concerto inaugurale incentrato su musiche di Beethoven, tocca ora a Riccardo Chailly guidare la Filarmonica della Scala in una serata che ha incuriosito piacevolmente gli spettatori per via del programma presentato. Il sito lascala.tv ha predisposto la diretta streaming dell’evento.
Due autori a confronto: Paul Hindemith e George Gershwin, un europeo ed un americano.
Due personaggi celebrati, ammirati, due compositori classici ma aperti, ciascuno a suo modo, all’innovazione. Hindemith e Gershwin sono contemporanei, hanno ricevuto una formazione di rilievo, concretizzata nella capacità di produrre opere interessanti sul piano tecnico e spesso molto complesse dal punto di vista esecutivo. I due hanno però avuto un grande merito, quello di non assumere un atteggiamento non inclusivo nei confronti di nuovi stili e generi musicali che dall’America andavano prendendo piede in Europa e nel mondo negli anni venti del secolo passato. Si può essere annoverati tra i grandi della musica mettendo su carta note idonee ad accompagnare un semplice e distensivo foxtrot? La risposta è affermativa, se ci troviamo di fronte a geni come Hindemith e Gershwin.
Riccardo Chailly sale sul palco abbracciato dagli applausi di un pubblico che lo conosce e lo apprezza. Apparso in ottima forma, dirige come di consueto, evitando gesti eclatanti e facendo in modo che l’attenzione degli spettatori si concentri sull’orchestra. Mano destra che stringe la bacchetta, mano sinistra che ha sempre qualcosa da comunicare, sguardi calamitosi rivolti ai solisti quando è il loro momento. Chailly ha il merito di tirar fuori da ciascun brano i suoi aspetti salienti, favorito naturalmente dai musicisti della Filarmonica che lo seguono con dedizione e precisione.
La serata prende avvio con il “Ragtime (wohltemperiert) per orchestra” di Hindemith. Qui il classico si fonde col nuovo in maniera vistosa. Il tema di riferimento del brano è tratto, infatti, dalle prime due battute della fuga in Do minore di Johann Sebastian Bach, inserita nel primo libro del noto “Das Wohltemperierte Klavier”. Hindemith qui trasforma Bach in un autore che si può ballare: la frase musicale prima citata si ripete in continuazione, affidata alla voce degli insiemi di strumenti che la suonano in varie tonalità. Impossibile non notare una poco celata ironia (che non è scherno), nei confronti del compositore barocco, fedele alla rigidità imposta dalle norme del suo tempo. E così abbiamo un’orchestra che alza la voce, borbotta, fa festa.
Viene poi eseguito “Der Schwanendreher concerto per viola e piccola orchestra su antichi canti popolari”. Le presenze dei musicisti della Filarmonica si dimezzano mentre, sul palcoscenico, compare il talentuoso violista romano Simonide Braconi. I tre movimenti di questa composizione sono basati, come si evince dal titolo, su melodie della tradizione popolare tedesca. Ci si riferisce a canti scritti da Franz M. Bõhme e presi dalla raccolta “Altdeutsches Liederbuch” del 1877. La partitura di Hindemith favorisce il ruolo principe della viola solista, con gli altri strumenti che dialogano senza invadere il suo spazio da protagonista. L’ascolto suscita sentimenti contrastanti, frutto del disegno melodico dei brani. Il primo movimento, che ha inizio con un breve assolo di viola, mostra un carattere enigmatico con sprazzi di apparente serenità.
Pieno di pathos è il secondo movimento, che ha inizio con Braconi che suona accompagnato dalla dolce arpa di Luisa Prandina. Un confronto evocativo, che lascia posto ad una sezione più mossa e articolata con la presenza di archi e fiati prima che la viola concluda, ancora insieme con l’arpa. Gioioso il terzo movimento, dove Braconi può manifestare un virtuosismo che si evince non solo dall’agevole esecuzione dei passaggi più difficili (che emergono già dopo pochi secondi e presentano una viola che canta frenetica senza conoscere un attimo di sosta), ma anche dalla capacità di ben interpretare le sezioni più lente dal carattere riflessivo e meditativo.
Conclusa l’esibizione, per compiacere gli astanti, Braconi propone un bis: l’Habanera di Ravel suonata dalla sua viola e da Prandina all’arpa. Feeling tra i due, rimarcato dalle ovazioni del pubblico e quando, durante l’intervallo, l’arpista va a sedersi in platea per ascoltare il prosieguo del concerto, sono in molti a rivolgerle dei complimenti.
Si passa a Gershwin con l’esecuzione di un’energica e trascinante “Cuban Ouverture”.
Poco meno di dieci minuti la durata di un brano che richiama atmosfere esotiche e lunghi pomeriggi estivi trascorsi in spiaggia. Non a caso Gershwin scrisse il pezzo dopo una vacanza a Cuba. Le percussioni (maracas, claves, bongos, güiro), hanno un ruolo centrale dettando e tenendo un ritmo di rumba e il motivo principale è una melodia che entra subito in testa.
La struttura formale tripartita della Overture è facilmente riconoscibile: all’esplosivo inizio segue la parte centrale dove l’entusiasmo si spegne e l’andamento più rilassato simboleggia l’imprevista comparsa di un’inconcepibile tristezza. Questa sezione è dominata principalmente dagli oboi e dal clarinetto, che espongono, quasi silenziosamente, riflessioni e pensieri profondi. Saranno poi gli archi a farsi portavoce di un clima di sottile malinconia, che sembra non voler andar più via.
Si tratta però di un’impressione errata: con la terza parte ritorna, ben preparato ma improvviso, il tema iniziale. Gli strumenti giocano tra loro nell’eseguire le rispettive parti di un brano che diverte anche alcuni orchestrali della Filarmonica, che suonano delle frasi col sorriso stampato in viso.
In conclusione, il poema sinfonico “An American in Paris”. Gershwin presenta in musica il ricordo di un viaggio nella capitale francese, compiuto probabilmente tra l’altro con lo scopo di incontrare uno dei suoi più stimati compositori, Maurice Ravel. Il brano, anch’esso come la “Cuban Overture”, in forma tripartita, sa raccontare, su un tema musicale carinissimo, la passeggiata spensierata e forse un po’ goffa di Gershwin in una città sconosciuta, dove impazza il caos e i clacson della auto (resi dalle percussioni), indicano l’impazienza di stressati conducenti. Tutto sembra proseguire bene, ma l’America è un’attrattiva troppo forte per il giovane George, che viene preso dalla nostalgia (è la parte centrale, dove la musica scelta richiama la dimensione del dramma interiore del protagonista, ma la sensazione che si prova durante l’ascolto stimola a pensare, sinceramente, ad una situazione tragicomica). Per fortuna, in seguito, l’incontro con un connazionale restituisce a Gershwin curiosità e voglia di riprendere a camminare, ma nel profondo del suo intimo il richiamo delle radici d’oltreoceano persiste immutato (ripresa del tema principale). Una trama lineare per una musica complessa dove la sovrapposizione di frasi e strumenti e l’apertura allo stile jazzistico contribuiscono a fare di “An American a Paris” quel capolavoro che tanto piace.
E il pubblico della Scala non può far altro che applaudire e ringraziare.