Senza l’opera d’apertura per mancanza di fondi, il Giovanni Paisiello Festival 2026 parte a Taranto con lo spettacolo-concerto di Chicco Passaro che fa dialogare due epoche
Un dialogo teatrale tra “due Paisiello”, quello del passato e quello del presente, ha inaugurato il Giovanni Paisiello Festival 2026. L’evento ha avuto luogo nel suggestivo atrio del Conservatorio di Taranto, intitolato al celebre musicista.
La pièce teatrale, rappresentata in prima e unica serata, è stata concepita ad hoc per questa edizione in sostituzione della canonica opera paisielliana d’apertura del Festival.
La carenza di mezzi finanziari non ha purtroppo consentito di dare continuità alla tradizionale messa in scena di un’opera tra le innumerevoli composte dal celebre compositore tarantino per le corti imperiali di San Pietroburgo e Parigi o quella borbonica di Napoli, regolarmente rappresentate nelle scorse edizioni del Festival.
Autore del dialogo è Chicco Passaro, che qui firma anche la regia nel tentativo di restituire al pubblico l’atmosfera e lo spirito creativo di Paisiello. Lo spettacolo ha divertito molto gli spettatori, accorsi numerosi per la curiosità di assistere a un evento che si è rivelato sfizioso e grazioso, sia nella narrazione sia nei contenuti. Passaro si pone infatti nel solco dello spirito brioso che caratterizza un po’ tutto il filone operistico paisielliano, imbastito in giusto equilibrio tra il genere comico e semiserio.
Lo spettacolo, articolato in cinque quadri, gioca tutto sulla carta del contrasto visivo e culturale contrapponendo il Paisiello moderno (rockettaro, con cuffie, giubbotto nero e look da trapper) al suo antenato settecentesco, truccato, parruccato e in costume d’epoca. Da questo scontro generazionale nasce un dialogo spassoso e spiritoso, condotto tra stupore e provocazioni, che fotografa l’inevitabile incomprensione tra due epoche: da un lato la musica contemporanea, inascoltabile per le vetuste orecchie del Paisiello del settecento; dall’altro, lo stupore che nasce dal confronto tra le diverse modalità di fruizione, generi e strumenti musicali, dall’orchestra classica alla chitarra elettrica, e tra i mezzi di comunicazione, radicalmente mutati nel passaggio dalla lettera vergata a mano ai messaggi di WhatsApp. E dall’ilare curiosità espressa dal Paisiello del passato sulle modalità di innamoramento nel futuro, attraverso il grande dibattito sulla musica, si arriva a una conclusione condivisa: ciò che non è mai cambiato nei secoli è la paura: il timore di amare la persona sbagliata, di essere dimenticati e di non venire ascoltati. Da qui nasce il parallelismo con la musica stessa, che per sua natura non può esistere senza qualcuno che la ascolti!
I dialoghi sono inframmezzati e sostenuti da celebri arie paisielliane, come la versione rock di Nel cor più non mi sento dalla Molinara e Saper bramate dal Barbiere di Siviglia. Non mancano rimandi al periodo barocco, con l’elegante aria Sì dolce è ‘l tormento di Monteverdi, né al novecento con il sensuale valzer Je te veux di Erik Satie, deliziosamente interpretati dalla brava Graziana Palazzo. L’incanto classico viene interrotto dalle chitarre di Vincenzo Nitti e Mauro Francioso con Seven nation army dei White Stripes, brano emblema del garage rock revival.
Il cast d’eccezione ha visto emergere con destrezza tecnica, oltre al soprano, il tenore Manuel Amati, reduce dai recenti successi al Rossini Opera Festival, e il contraltista Vincenzo Franchini, che ha eseguito Così destino e voglio e Ami lo so per vezzo dalle Gare generose; tutti accompagnati al clavicembalo da Giuseppina Giannascoli, esperta nel repertorio sei-settecentesco.
Lo spettacolo ha reso molto sul piano scenico grazie alla disinvolta recitazione e mimica di Ciro Fornari e Francesco Greco. Di grande effetto anche i costumi e il trucco curati da Francesca Marseglia e Amerigo Ruocco.
In definitiva, questo spettacolo-concerto si inserisce in un filone scenico-teatrale originale, capace di avvicinare i giovani alla musica del passato e all’opera di Giovanni Paisiello. Il valore di questo dialogo teatrale risiede proprio nella sua capacità di abbattere le barriere del tempo: un lavoro culturale che è bene non vada perduto, ma che merita di essere custodito con cura e attenzione. Un’intuizione felice che merita di essere riportata alla memoria delle future generazioni, accreditandosi come una delle novità significative del Festival.