Recensioni - Cultura e musica

Prima di Carmen, il pianoforte: il giovane Bizet secondo Roberto Prosseda

Dai Caprices scritti a dodici anni alle austere Variations chromatiques, il pianismo nitido di Roberto Prosseda nel nuovo cd Hyperion con il Palazzetto Bru Zane

Prima che la scena desse a Georges Bizet la misura della sua vera vocazione, fu il pianoforte a offrirgli un terreno di prova. È sulla tastiera che il giovanissimo compositore imparò a dominare la forma, il virtuosismo, la scrittura brillante; ed è ancora attraverso il pianoforte che, molti anni dopo, nelle Variations chromatiques, si può intravedere un Bizet più severo e concentrato. Il nuovo cd di Roberto Prosseda, pubblicato da Hyperion in collaborazione con il Palazzetto Bru Zane, percorre questo arco breve ma significativo, mettendo a confronto il talento precocissimo del ragazzo di dodici anni con la più matura consapevolezza dell'autore del 1868.

Il programma si apre con i due Caprices del 1851, composti quando Bizet aveva appena dodici anni. Sono pagine nelle quali la naturale facilità della scrittura è forse l'elemento più sorprendente: il giovane autore conosce già la tastiera, ne intuisce le risorse e sa tradurre il virtuosismo in una musica che non è puro esercizio. Rimangono, naturalmente, i segni della formazione e dei modelli dell'epoca, ma proprio questa miscela di precocità e apprendistato è ciò che rende l'ascolto interessante. Il percorso conduce quindi verso le Variations chromatiques del 1868, che appartengono a una dimensione sensibilmente diversa. Qui il pianoforte non è più soltanto il luogo della brillantezza e dell'esibizione, ma diventa strumento di elaborazione, di ricerca armonica e di concentrazione espressiva. Il tema, sorprendentemente austero, impone alla pagina un carattere quasi severo, lontano dall'immagine più immediata e luminosa che abitualmente associamo a Bizet. Fra questi due estremi, il programma consente di seguire la trasformazione di una scrittura ancora fortemente legata alla tradizione in una voce più consapevole dei propri mezzi. Non si tratta di un percorso lineare verso un capolavoro mancato: il repertorio pianistico di Bizet non possiede la compattezza né la centralità della sua produzione teatrale. Queste pagine mostrano, piuttosto, il compositore al lavoro, mentre assimila e supera progressivamente ciò che ha appreso.

E Prosseda affronta il repertorio con una misura che gli giova. Non cerca di ingigantire queste composizioni per trasformarle in una scoperta epocale, né le tratta come semplici curiosità d'archivio. Il suo pianismo nitido, elegante, tecnicamente sicuro, sa riconoscere la diversa fisionomia dei brani, lasciando che i Caprices conservino la loro freschezza giovanile e conferendo alle Variations chromatiques una maggiore gravità di accento. È una lettura che privilegia la chiarezza del disegno e la naturalezza del fraseggio, nei passaggi virtuosistici così come nelle pagine più meditate, dove l'interprete lascia respirare la scrittura senza sovraccaricarla.

Ne emerge un Bizet pianista credibile proprio perché non viene trasformato artificialmente in ciò che non fu: un virtuoso destinato alla carriera concertistica. Il dato biografico del bambino prodigio, del resto, acquista qui un valore soltanto se tradotto in musica. Bizet avrebbe avuto le qualità tecniche per affermarsi anche come pianista, ma la sua parabola lo condusse altrove. Il pianoforte rimase così, almeno in larga misura, un laboratorio: un luogo nel quale esercitare la mano, sperimentare la forma, verificare l'efficacia di un'idea musicale.

E in questo laboratorio si riconoscono già alcuni tratti che diventeranno più personali nel teatro: la naturalezza della linea melodica, l'istinto per il ritmo, l'eleganza del gesto e una certa immediatezza nel rapporto con l'ascoltatore. Non ancora il Bizet pienamente maturo di Carmen, naturalmente, ma il musicista che vi sta arrivando.