Il teatro degli affetti, la scommessa di Menton e il trionfo de I Gemelli
Alla fine di una singolar tenzone avvincente, nata per dare carne e voce a una musica che è teatro puro, il verdetto ha premiato la cristallina pasta vocale di Maximiliano Danta. Controtenore di straordinaria luminosità, capace di unire precisione e abbandono, purezza e intensità espressiva, Danta aveva confermato a Menton la qualità di una voce tra le più interessanti della scena barocca contemporanea. Ma era soltanto il gioco. La sfida fra interpreti apparteneva alla finzione teatrale. Perché, alla fine, il vero vincitore aveva un altro nome: quello di Antonio Vivaldi.
Ecco svelata la forza della serata dello scorso 5 agosto, sul sagrato del Parvis de la Basilique Saint-Michel-Archange, luogo sospeso fra pietra, mare e cielo, dove la musica sembra trovare una collocazione naturale. A 24 ore dal monumentale recital di Leonidas Kavakos ed Enrico Pace, la scelta del Festival de Menton e del suo Direttore Artistico Paul-Emmanuel Thomas ha virato verso un cambio di prospettiva: accostare alla grande tradizione concertistica il teatro musicale di Vivaldi, attraverso l’angolazione scorciata di un repertorio ancora troppo poco frequentato e spesso oscurato dall’immagine parziale del compositore de Le Quattro Stagioni. Ritrovare il Vivaldi operista significa invece entrare in un universo di passioni estreme, conflitti interiori e personaggi attraversati da emozioni profonde. A restituire questa dimensione teatrale è arrivata la compagnia de I Gemelli, guidata da Emiliano González Toro, interprete dal talento multiforme, capace di unire direzione musicale e senso della scena. Il suo approccio nasce dalla parola e dal gesto: ogni frase trova una direzione drammatica, ogni scelta musicale contribuisce a costruire un racconto. Accanto a lui, Maximiliano Danta ha offerto una vocalità di rara raffinatezza, sospesa fra luminosità e malinconia, forza e fragilità. Il vero centro della serata, però, non era il confronto fra due voci, ma la loro relazione. La “tenzone” ideata da Mathilde Etienne trasformava il duello in dialogo: attraverso il gioco teatrale dell’estrazione degli affetti prendevano forma dolore, amore, furore, vendetta e speranza. Un espediente semplice solo in apparenza, perché riportava al cuore della poetica barocca un principio fondamentale: ogni emozione possiede un proprio linguaggio musicale.
Vivaldi aveva compreso questo meccanismo con straordinaria modernità. Nelle sue opere la voce e l’orchestra non sono elementi separati: dialogano, si contraddicono, si sostengono. L’orchestra diventa ambiente emotivo e talvolta vero personaggio drammatico, capace di trasformare il colore del suono in racconto. Il programma non appariva dunque come una successione di arie, ma come un viaggio attraverso le diverse possibilità del teatro vivaldiano. Dalla solennità di Ricordati che sei alla malinconia sospesa di Cara sposa dall’Orlando furioso, dalla tensione passionale de Il piacer della vendetta alla violenza visionaria di Armatae face et anguibus dalla Juditha triumphans, emergeva un universo nel quale il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa strumento psicologico. Anche il momento strumentale del Concerto per oboe in la minore RV 461 confermava questa vocazione teatrale. Dopo tanta parola cantata, lo strumento solista sembrava assumere una dimensione umana: l’oboe diventava voce, l’orchestra paesaggio, la forma stessa una narrazione senza testo. Il percorso conduceva infine verso uno dei vertici emotivi della serata, Gelido in ogni vena dal Farnace. Il dolore si faceva materia sonora: immobilità, sospensione, linee trattenute restituivano la sensazione di un tempo congelato. Da quel gelo nasceva poi una nuova luce con Nel profondo dall’Olimpiade, dove la metafora degli abissi marini diventava movimento musicale, profondità e slancio. A quel punto appariva chiaro il disegno complessivo della serata. Dietro la varietà dei titoli e delle situazioni drammatiche emergeva una forte unità estetica: la centralità degli affetti, il dialogo continuo fra voce e strumenti, l’uso del timbro come elemento narrativo. È proprio questa dimensione a restituire oggi la modernità di Vivaldi, non soltanto autore dell’energia ritmica e dell’invenzione melodica, ma autentico uomo di teatro capace di indagare le contraddizioni dell’animo umano.
La serata di Menton ha avuto il merito di proporre un Vivaldi non celebrato per abitudine, ma riscoperto nella sua complessità. Una scelta che riflette pienamente la vocazione del Festival: creare percorsi, stabilire connessioni, offrire al pubblico nuove prospettive d’ascolto. Gli applausi prolungati hanno richiesto il bis, affidato ancora una volta al Farnace, quasi a chiudere il cerchio aperto all’inizio del viaggio. E allora il verdetto della singolar tenzone poteva essere finalmente pronunciato. Non ha vinto il controtenore sul tenore, non una visione tecnica sull’altra, non un timbro sull’altro. Ha vinto la loro complicità, la capacità di restituire Vivaldi nella sua dimensione più vivida: un uomo di teatro, un poeta degli affetti, un compositore capace di mettere in musica non soltanto ciò che gli esseri umani fanno, ma ciò che provano. Sul sagrato della Basilica di Saint-Michel-Archange, fra la pietra antica e il respiro del Mediterraneo, il Festival de Menton ha ricordato una verità semplice: la musica del passato continua a vivere soltanto quando qualcuno sa restituirle un presente. E quella sera, quel presente aveva ancora il volto di Antonio Vivaldi.