Memorabile concerto, tra Barocco e rock, all’auditorium Arvedi di Cremona
Danza libero e statuario, il canto che Raffaele Pe afferra dal labirinto dei secoli e gioca a sciogliere e intrecciare in cristallini fili di inebriante bellezza. Sua la firma all’appuntamento del Festival Stradivari di Cremona, “andato in scena”, è il caso di dirlo, lo scorso sabato 10 ottobre, in un Auditorium Arvedi affollato come si conviene alle occasioni da non perdere, dove il controtenore lodigiano – oggi sempre autentico ambasciatore dell’Italia nel mondo – ha dato vita a un avvincente cortocircuito sonoro ed emotivo che vedeva non solo scorrere senza soluzione di continuità ma, piuttosto, dialogare intimamente, per elettive affinità, per quelle correnti carsiche che scorrono sotto il suolo della letteratura musicale, schegge musicali tratte dagli antipodi della storia: Monteverdi e Pino Daniele, Purcell e Dowland, Pollarolo e Modugno. Una danza condotta sul filo sottile che separa incanto da mediocre ruffianeria e che solo funamboli visionari possono immaginare, prima ancora che affrontare. Il rischio è di scivolare nel vuoto che, prima di questa, ha risucchiato chissà quante operazioni simili. Non per Pe. Troppo intelligente nella scelta degli impaginati, un damasco che proprio l’acuta irriverenza dell’approccio, anziché banalizzare, finiva per rivelare sotto nuova angolazione, e troppo smagliante nella superba statura del suo strumento vocale che fa di ogni piega, di ogni chiaroscuro, una cera pronta a prender forma, e a bruciare.
Con lui, a mangiarsi il palco, le sentinelle di quei due mondi che, per congiunture astrali favorevoli, finivano qui per abbracciarsi: sodali di vecchia data come Martin Moya al violino e Gianluca Geremia alla tiorba, Cristiano Contadin alla viola da gamba e Francesco Bodini alle percussioni, e astri assoluti della galassia rock come Renzo Vitale ai live electronics e, soprattutto, Saturnino Celani al basso elettrico. Quattro secoli in una sera, peraltro quella in cui, non lontano da Cremona, Verdi avrebbe spento le sue 213 candeline; ogni pagina, un mondo, un passo, un battito.
A partire dal Monteverdi del sublime Sì dolce è ‘l tormento prestato a una ballad suonata dallo stesso Pe al pianoforte – sarebbe forse qui meglio dire “piano” – aristocratico con una punta di selz, con quella ineffabile melanconia resa meno pungente, più lieve, solo increspata dalle audacie armoniche, anch’esse quasi impercettibili, sotto la spinta dell’impulso ritmico. Era la porta d’ingresso al viaggio: l’apertura di sipario, ma anche l’attestazione plastica che l’artista è ora autentica star: giù dal piedistallo – occupato con pieno merito – per raggiungere un pubblico nuovo, contaminare frange di ascoltatori per far loro scoprire le meraviglie di quel giardino segreto. Un’operazione pop di micidiale efficacia. Un gioco, l’ha definito lui scherzando con il pubblico, nato per travisare il sacro, per osare metter mano all’intoccabile e renderlo vivo, parlante. In realtà, un cantiere in cui le acque del passato vengono smosse e intorbidate.
Ohimè ch’io cado diventava così un brano spinto dall’implacabile basso dell’immenso Celani, mentre la pasta vocale di Pe, corposa, duttilissima, sembrava adagiarsi su quel tappeto pulsante. E il Salve Regina, straordinario nel suo affiorare dal brulichio indistinto, accavallato, di un affollarsi di preghiere provenienti da remote navate celesti che Vitale portava in superficie, con un gioco di echi a dare profondità e corsa. A questo pedale, struggente, si aggiungeva, inquieta, la viola da gamba, partecipando all’ipnotico salmodiare della voce di Pe, nel suo gorgheggio catartico, smaterializzato della parola e fattosi solo universale invocazione. Un lungo, vertiginoso vocalizzo sull’eterno giro di compasso di un basso ostinato. Ecco, la storia si ripete, sempre uguale, sempre diversa. È questo, il Barocco: officina di stupefazione, laboratorio per testare nuove frontiere.
Come quelle che, Oltremanica, John Dowland forgiava, in un teatro di ombre, per la sua regina, e che il prestigiatore Vitale incastonava in un bosco di creature frementi: uccelli, foglie, il suono del vento sulla brughiera, l’alito salino del mare, non lontano. Anche la sua Come again, sweet love doth now invite trovava, ad accoglierla, il morbido graffio di un insinuante rock, prima di scivolare sul raso elegante e seduttore che dava al Dido’s lament di Purcell, ai vocalizzi superbi di Pe, l’intima insinuazione che anche i dolori più grandi, in fondo, scorrono, come scorrono i giorni, e la vita. E ancora una volta, nella soave mestizia di Music for a while erano i live electronics a portare il presagio di una presenza inquietante.
Poi, in un crescendo rossiniano, ecco lo spumeggiante Pollarolo in cui Pe chiamava a raccolta il pubblico, con cui improvvisava un dialogo fatto di battiti di mani ritmati a incalzare l’andamento strofico della maliziosa Sarà mia quella bella che adoro. E, da questo sapido scorcio veneziano, il passo verso l’America di Wilder, con il suo sapore nostalgico e autunnale nella ballata che Pe intesseva al pianoforte, era davvero la traversata verso di noi, il grande braccio di mare che conduceva fino al commovente Quando di Pino Daniele, per poi trovare nel Modugno di Nel blu dipinto di blu il più bel suggello a questa serata, colta e nazionalpopolare, seduttiva eppure sincera, facile e per nulla banale.
Poteva finire così? No, con l’Arvedi in fiamme, a chiedere un ultimo volo. Eccolo: Lascia ch’io pianga, immancabile biglietto da visita del controtenore nel mondo. Accanto al gran teatro di Haendel – quasi scaramanticamente evocato in apertura dal direttore artistico della rassegna, Roberto Codazzi – c’era spazio persino per Jovanotti, di cui Saturnino Celani è tra i più stretti collaboratori: Il più grande spettacolo dopo il big bang. In effetti, un’esplosione generatrice di nuovi mondi possibili in cui ogni nota era materia viva.