Recensioni - Cultura e musica

Rigore visionario: intervista al Duo Gazzana

Il Duo Gazzana le geometrie del Novecento nel nuovo album ECM

Intreccio indissolubile di vita e musica, Natascia e Raffaella Gazzana formano uno dei duo più raffinati della scena internazionale. Forti di una formazione d’eccellenza e di un percorso artistico costruito tra le grandi capitali musicali del mondo, le sorelle hanno fatto della ricerca e dell’onestà verso la pagina il tratto distintivo delle loro interpretazioni. Oggi tornano con una nuova incisione per l’etichetta ECM, di cui sono le uniche artiste italiane, affrontando pagine cruciali del Novecento con rinnovata intensità. Un’occasione per incontrarle e farci accompagnare nel loro universo musicale e umano.

Il vostro lavoro sembra inscriversi in una poetica della sottrazione, dove l’essenziale emerge per rarefazione. In termini propriamente musicali, come si traduce questa tensione nell’articolazione del fraseggio e nella gestione delle dinamiche?

Il nostro approccio alla partitura e la nostra formazione musicale ci spingono ad attenerci a quanto riportato nel testo dall’autore. Il nostro intento è sempre quello di rendere il più fedelmente possibile le indicazioni dei compositori.

Il programma che presentate in questo pregevole lavoro discografico accosta tre autori che, pur diversi, condividono un rapporto problematico con la modernità. Quali elementi strutturali – armonici, formali, retorici – vi hanno permesso di costruire una lettura unitaria tra Sergei Prokofiev, Arvo Pärt e Alfred Schnittke?

Il repertorio che abbiamo scelto ci dà la possibilità di mettere in luce un dato fondamentale e inequivocabile: la libertà di espressione, qualunque siano i tempi e momenti storici che si attraversino. Tutti i compositori presenti in questo album indicano nuove possibilità di espressione, possibilità di elevazione spirituale e anche una visione ironica e disincantata della vita. Ognuno seguendo il proprio specifico linguaggio musicale.

Nella Sonata op. 80 di Prokofiev la scrittura violinistica oscilla tra linearità melodica e frammentazione quasi percussiva. Come affrontate questa dicotomia in termini di gesto strumentale e costruzione del suono?

La Sonata Op. 80 è un capolavoro assoluto in cui si alternano tutte le sfaccettature e le emozioni della vita. Esse vengono rese dall’autore ora con tratti di brutalità e percussività estrema, ora con temi epici, malinconici o sognanti. Cerchiamo il più possibile di entrare nella temperie storica ed emotiva del compositore e di rendere il suo intento con gli strumenti tecnici acquisiti e affinati con lo studio di ogni giorno.

Le Five Melodies op. 35a pongono una questione cruciale di trascrizione: come restituire al violino un pensiero originariamente vocale. Quali scelte operate per suggerire una sorta di prosodia implicita?

Ogni violinista, o musicista in genere, dovrebbe ambire a riprodurre la voce umana. La prima fonte di ispirazione è lirica. L’ascolto del canto, del modo di cantare, l’obiettivo di superare la natura tecnica del proprio strumento rappresenta la nobiltà dell’arte di ogni strumentista.

In Spiegel im Spiegel di Pärt il materiale musicale è ridotto a cellule minime, governate da processi simmetrici. Come si costruisce, interpretativamente, una direzionalità in una musica che tende programmaticamente alla stasi?

Dietro l’apparente calma e semplicità di Spiegel im Spiegel di Pärt vigono regole compositive precise e matematiche che possono essere rese grazie all’ausilio di tecniche precipue di entrambi gli strumenti.

La costruzione del brano può essere vincolante, ma permette anche una certa libertà interpretativa tramite l’utilizzo di peculiarità strumentali volte a dare una diversa spazialità e temporalità al suono: assenza quasi totale di vibrato, calma e regolarità nella conduzione delle arcate per il violino. Stessa calma e regolarità nel tracciare le linee del pianoforte, avvalendosi dell’ausilio accorto del pedale. Tutto ciò ovviamente non può mai essere scisso dalla necessità di immergersi completamente in questa musica, trascendendo il dato tecnico e lasciandosi trasportare da un fluire meditativo guidato dall’immaginazione sonora. Abbiamo avuto la fortuna di poter parlare di questo direttamente con Arvo Pärt in occasione di un incontro voluto da Manfred Eicher qualche tempo fa.

Il vostro percorso con Alfred Schnittke attraversa più lavori e più fasi del suo catalogo. Avete individuato delle costanti linguistiche che guidano il vostro approccio, al di là delle differenze superficiali?

Abbiamo affrontato, anche in un’incisione precedente per ECM Records un lavoro di Schnittke: Suite im alten Stil, ovvero la Suite nello stile antico. In quell’insieme di ‘danze’, completamente rivisitate ed eseguibili anche con il clavicembalo, l’autore ha mostrato una predilezione per stilemi e forme di epoche passate. Anche in Gratulationsrondo, presente nell’album appena uscito, ci ha colpito la capacità compositiva di Schnittke di tornare al passato e rielaborarlo con profonda ironia, sarcasmo e talvolta durezza. I tempi sono cambiati, il linguaggio che utilizza il compositore nel Novecento non può essere lo stesso. Le profonde fratture storiche portano ad un uso di dissonanze in momenti in cui ci aspetterebbe tutt’altro. Succede anche in un pezzo dello stesso autore, come Stille Nacht, che ci è capito di eseguire in concerto, dove il grottesco e l’alterazione sostituiscono la pace di un canto concepito per la notte di Natale.

Il suono ECM, legato all’estetica di Manfred Eicher, privilegia trasparenza e spazialità. In che modo questa cornice influenza le vostre scelte timbriche e l’equilibrio tra violino e pianoforte?

Manfred Eicher è un grandissimo produttore, sensibile e attento alle esigenze di ogni artista che registra per la sua etichetta. Quello che accomuna tutte le sue registrazioni è far sì che ogni musicista possa esprimersi al meglio in una cornice appropriata. Non esiste un unico studio di registrazione ECM, ma tante straordinarie location, sale da concerto, teatri … dove sono stati registrati tutti i dischi da lui prodotti. Nei primi CD che abbiamo registrato ha scelto per noi l’Auditorium della RSI di Lugano, conoscendo il nostro passato di studi in Svizzera e l’eccellenza e la cura dei dettagli nelle produzioni elvetiche. Gli ultimi due album, invece, sono stati registrati in Germania, in una sala dalla magnifica acustica, dalla quale non saremmo mai volute uscire: il Reitstadel di Neumarkt.

L’acustica del Reitstadel Neumarkt è estremamente rivelatrice. Quanto incide questo tipo di spazio sulla definizione degli attacchi, delle risonanze e dei piani sonori?

Registrare in un luogo straordinario, acusticamente pronto e dalla spazialità eccezionale, quale il Reitstadel di Neumarkt, ritenuta una delle sale migliori della Germania, è quanto di più desiderabile e favorevole possa accadere a un musicista. La produzione del suono diventa assolutamente naturale e senza ostacoli. Siamo riuscite ad esprimerci liberamente e a lavorare in sintonia assoluta con un eccellente tecnico del suono Markus Heiland, che Manfred Eicher ci ha proposto dalla prima incisione. Un privilegio assoluto.

Se si considera il vostro percorso discografico come una progressiva indagine sul suono e sulla memoria musicale, quale funzione assume questo album: sintesi, svolta o apertura verso una nuova fase della vostra ricerca?

Ogni album consiste nell’imprimere un particolare momento musicale e artistico della propria vita. Ogni album è stato prodotto a distanza di qualche anno. Ogni mese che è passato da una registrazione all’altra ha segnato una maturazione, una rivisitazione, un approfondimento. Ogni minuto che ha seguito ciascuna registrazione è stato fonte di nuovi stimoli.