Recensioni - Cultura e musica

Rivarolo Mantovano: Omaggio ad Emilio Soana

Ad un anno dalla scomparsa un concerto ricorda il grande trombettista

Una manciata di note, racchiuse in un assolo di vertiginosa, struggente bellezza. Quel suono parlante, capace di addomesticare il più capriccioso degli ottoni e di plasmarlo in pura poesia. Da lassù, dalle stelle, lo scorso venerdì 13 gennaio, il messaggio in bottiglia di Emilio Soana, ad un anno esatto dall’improvvisa scomparsa, planava lieve, magnifico, su una Sala Polivalente che più gremita non avrebbe potuto essere. Ed il tempo si fermava, sospeso, nell’incanto di quel Mona Lisa dipinto al Blue Note con la Nick The Nightfly orchestra. Facile cedere alla commozione, alla nostalgia per quell’uomo semplice che, con la tromba in mano, diventava un gigante. Dopo aver suonato con lui a Milano, Bob Mintzer, di ritorno a New York, aveva voluto aggiornare il suo profilo web, scrivendo di aver avuto il privilegio di aver collaborato con uno dei rari casi di prima tromba e di superbo solista racchiusi nello stesso interprete.

Fantasista scapricciato e lucido regista del racconto musicale, centometrista e maratoneta, Soana ha scritto, nella discrezione che lo caratterizzava, la storia di oltre mezzo secolo di jazz, donandosi fino al suo ultimo giorno, con la generosità spericolata e umile di un eterno principiante. A ricordarlo, in occasione di una serata che chiudeva il Festival d’inverno di Terre d’acqua, alcuni degli amici di sempre, sodali di chissà quante scorribande musicali, complici di un racconto che li vedeva non solo protagonisti ma ancor prima entusiasti spettatori di ciò che ogni volta accadeva in scena. Con ostinata passione, Stefano Alquati e l’intera Fondazione Sanguanini Onlus - in collaborazione con Comune di Rivarolo Mantovano, Pro Loco, Fondazione Comunità Mantovana Onlus, Festival Terre d’acqua e BCC di Rivarolo Mantovano – hanno voluto ricordare Emilio con un tributo che a lui sarebbe sicuramente piaciuto. Senza retorica, senza lacrime. Così, l’omaggio al genio di Charlie Parker, nato nel 1925, è diventato il pretesto per salutare Emilio, morto esattamente un secolo dopo, chiamando sul palco Marco Angeleri, Gabriele Comeglio, Marco Espisito e Federico Monti.

Basterebbero i nomi a dare la caratura della serata, la sua temperatura da subito incandescente, accesa dal graffio del sax alto di Comeglio, perfettamente a proprio agio nel ripercorrere le rotte del più visionario di tutti, una sorta di Mozart del jazz, scomparso a soli 34, stroncato da una vita bruciata tra eccessi di ogni genere e la musica come sola oasi di pace. Basterebbe citare la preziosa aggiunta della voce di Cochi Ponzoni, monumento assoluto del teatro e del cinema italiano, chiamato a dare parole e colore al nastro di melodie che hanno costellato il percorso narrativo della serata, scandito dalle tappe della biografia di Parker. E l’alchimia, sempre uguale, sempre diversa, che musicisti di razza sanno ricreare dal nulla, dando suono al vento, danzando – nel segno dell’inarrivabile Bird – sul calco di un giro armonico, inseguendo acrobazie da funamboli nel sottile, sempre pericoloso incastro di un dialogo serrato e volatile. La miccia irresistibile di Comeglio, capace di sorprendere ad ogni pagina; il pianoforte elegante di Angeleri, il suo modo essenziale e avvolgente di catturare e restituire la luce sonora, il basso di Esposito, un’arte della sottrazione, la sua, fatta di tessitura e di rammendo, di sapiente essenzialità, e la batteria di Monti, felpata, sorvegliatissima, fino a sciogliersi in puro, travolgente magma, nel conclusivo My little suede shoes. Davanti agli occhi della signora Silvana, in prima fila, e delle figlie, la tromba di Soana ascoltava in silenzio, appesa allo stand, in scena. Protagonista muta di un concerto in cui era in ogni nota. Gioiosa, naturale, eternamente viva. Bird lives! Emilio lives!