Recensioni - Cultura e musica

Soirée russe al Teatro Romano di Verona

Daniele Cipriani ha reso omaggio al grande repertorio di Sergei Diaghilev

Venerdì 30 luglio al Teatro Romano di Verona, nell’ambito dell’Estate Teatrale Veronese, è andato in scena lo spettacolo di balletto e musica dal vivo SOIRÉE RUSSE – OMAGGIO AI “BALLETTI RUSSI” DI SERGEI DIAGHILEV, curato dal coreografo, direttore artistico e promoter, Daniele Cipriani, per conto della sua casa di produzione Daniele Cipriani Entertainment. Lo spettacolo ha presentato quattro balletti ripresi dal repertorio di danza che Sergei Diaghilev allestì, nei primi decenni del ‘900 a Parigi, con la sua compagnia dei BALLETS RUSSES. Le rappresentazioni di Diaghilev furono rivoluzionarie per quei tempi e passarono alla storia per l’innovazione artistica che proponevano, sia nell’ambito della musica, che nelle scenografie, nei costumi e nelle coreografie. Non a caso da quell’esperienza meravigliosa emersero alla ribalta mondiale musicisti come Debussy, Poulenc, Prokof'ev, Ravel, Satie, Respighi, Strauss, e Igor Stravinskij; scenografi/costumisti come i russi Bakst, Benois, Bilibin, e gli innovatori della pittura moderna: Braque, Picasso, Gončarova, Larionov, Derain, Matisse, De Chirico; mentre nella danza si espressero i migliori coreografi/ballerini del tempo: Anna Pavlova, Michel Fokine, Vaclav Nižinskij, Ida Rubinstein, George Balanchine e Serge Lifar. E’ stata quindi un’operazione coraggiosa quella di rifarsi ad un repertorio di danza antico, ma innovativo nelle coreografie di Fokine e Balanchine, che anticipava le spinte moderniste successive. Ed è con uno sguardo a quel passato glorioso che quattro coreografi, tra i più interessanti del panorama contemporaneo, hanno firmato le pièces presentate in questo spettacolo: Marco Goecke (Uccello di fuoco), Amedeo Amodio (L’après-midi d’un faune), il duo Riva & Repele (Suite italienne, da Pulcinella) e Uwe Scholz (Sagra della primavera).

Ecco quindi che finalmente, dopo mesi di pandemia ed assenza forzata dai teatri, assistiamo ad uno spettacolo di danza che Daniele Cipriani dichiara essere: “… un omaggio, oltreché a Igor Stravinsky nel 50° anniversario della sua morte, soprattutto a Serghei Diaghilev, di cui l’entusiasmo, la creatività, la venerazione per le arti, nonché il coraggio di osare e di rischiare, sono da sempre le mie maggiori fonti di ispirazione. Soprattutto, ho voluto rendere omaggio alla sua concezione del balletto quale arte della scena totale.” All’inizio l’atmosfera ancora chiara del vespro viene solcata dalle note de L’UCCELLO DI FUOCO (Coreografia Marco Goecke, danzatori Sasha Riva e Simone Repele. Musica Igor Stravinskij. Duetto per pianoforte a quattro mani, con Marcos Madrigal e Alessandro Stella al pianoforte) una fiaba russa che vede lo scontro tra due elementi antitetici: un mago immortale di nome Kašej simbolo del male e l'Uccello di Fuoco che rappresenta la forza del bene. A torso nudo i due ballerini mimano lo sbattere d’ali di due uccelli, con posizioni per lo più statiche, ieratiche, dove la coreografia privilegia il ritmo della musica, con movimenti a scatto, meccanici, a volte in equilibrio su una gamba, quasi sempre col solo movimento di braccia angolate o distese e mani frementi, con passi a gamba tesa e a scatti, che rimandano alla memoria la biomeccanica di Mejerchol'd.

Segue il PRÉLUDE À L’APRÈS MIDI D’UN FAUNE (Coreografia Amedeo Amodio. Duetto per pianoforte e flauto) un poema sinfonico scritto da Claude Debussy alla fine dell’800, ispirato ad un poema di Mallarmé e considerato uno dei capolavori dell'impressionismo musicale. Sul palco una coppia, maschio e femmina, descrive le fantasie del fauno che, suonando il flauto, ha un incontro amoroso con una ninfa. Qui Amodio ci ricorda la grande interpretazione di Nižinskij, in alcune posizioni statiche caravaggesche e nei salti dell’ottimo Mattia Tortora, nonchè nei movimenti morbidi di Susanna Elviretti, ninfa flessuosa e provocante nella calzamaglia color carne. Bellissimi i passaggi coi corpi allacciati, le prese e i sollevamenti di lei, che mostrano un’ottimo interplay tra i ballerini, offuscati dalle luci sbagliate e dai problemi tecnici nella riproduzione del suono dei due musicisti, Massimo Mercelli al flauto e Alessandro Stella al pianoforte. La serata continua con la SUITE ITALIENNE da PULCINELLA, coreografata dagli stessi ballerini/ interpreti Sasha Riva e Simone Repele, con il costume disegnato da Pablo Picasso riproposto da Anna Biagiotti. Pulcinella è un balletto cantato, scritto da Igor Stravinskij a cavallo della prima guerra mondiale, rielaborando musiche di Pergolesi e soggetto dello stesso Diaghilev. Qui, sul duetto interpretato da Lissy Abreu al violino e Marcos Madrigal al pianoforte, due danzatori maschi sintetizzano una storia, che in origine vorrebbe due cavalieri voler conquistare le grazie di due giovani napoletane attratte invece da Pulcinella, un po’ diversa dall’originale, dove emerge un’atmosfera mesta e malinconica, che richiama la mestizia del mimo/Pierrot Baptiste di Jean-Louis Barrault ( nel film Les enfants du Paradis), più che l’arguzia e l’irriverente ironia delle Maschere della Commedia dell’Arte, cui di fatto Pulcinella appartiene. Una visione bohemienne da inizi del XX secolo quindi, dove i ballerini vestiti di bianco e rosa intrecciano i loro passi, armonizzano i passi a due, ed il protagonista esegue corse in circolo coi salti tipici del repertorio classico, mostrando ottimo equilibrio e un buon lavoro delle braccia. Il ballo segue la musica e sul finale si spezzetta e frantuma nell’allegro, per poi passare al lento con movimenti in rallenty eseguiti senza musica, ed un finale, gestuale, dove dalla maschera emerge l’uomo.

Dopo la pausa, lo spettacolo termina con la laboriosa, ma musicalmente splendida, SAGRA DELLA PRIMAVERA, un balletto con musica di Igor Stravinskij, scritto tra 1911 e 1913, e coreografia originale di Vaclav Nižinskij. Difficile da condividere la scelta del coreografo Uwe Scholz di affidare la rappresentazione ad un solo danzatore, qui il meritevole Mattia Tortora, insufficiente a sostenere la lunghezza della partitura ed una musica eclatante, potente e ricca di colori ed emozioni, che dà corpo ad un’elegia della Russia pagana, suddivisa in quadri e priva di trama. Quindi una lunga peregrinazione, quella del protagonista, costretto a lunghe camminate per prendere tempo e fiato, che esprime una danza mista di classico e moderno, con le corse in circolo a gambe tese jeté e corse con corpo laterale à la seconde, alternate a passi con aperture di braccia, prevalentemente in atteggiamento più riflessivo che energico, con alcune gestualità mimiche ed in complesso un’attitudine molle, dove sempre la musica prende il sopravvento su una coreografia globalmente stucchevole e intermittente. Un finale di spettacolo sacrificato, che ha stancato lo spettatore e reso complessivamente meno grazie ai 4 danzatori che han sostenuto una prova difficile, dove le musiche strepitose e rivoluzionarie di Debussy e Stravinskij hanno tenuto banco e spesso sopraffatto l’energia dei danzatori, comunque bravi, penalizzati da un progetto luci errato, che ha privilegiato la presenza dei musicisti rispetto al lavoro dei ballerini sul palco.