Recensioni - Cultura e musica

Sotto le volte di San Vitale la Petite messe ritrova il raccoglimento

Michele Mariotti conclude il confronto tra le due versioni del capolavoro di Rossini con la stesura per soli, coro, due pianoforti e armonium

Dopo la versione orchestrale ascoltata sabato 17 al Teatro Costanzi, il progetto del Teatro dell'Opera di Roma si è concluso giovedì 22 ottobre nella Basilica di San Vitale, in via Nazionale, con la prima versione della Petite messe solennelle per soli, coro, due pianoforti e armonium, eseguita nel marzo del 1864 nella cappella privata della contessa Pillet-Will. La chiesa, tra le più antiche di Roma (risale agli inizi del V secolo), era gremita: un bel segnale di interesse per un genere, quello della musica sacra, che in Italia non gode certo della popolarità dell'opera lirica.

Sul podio ancora Michele Mariotti, con gli stessi quattro solisti della prima serata: il soprano EmÅ‘ke Baráth, il controtenore Carlo Vistoli, il tenore Dmitry Korchak e il basso Michele Pertusi. Ai pianoforti Marco Forgione e Michele Reali, all'armonium Josep Solé Coll, che al Costanzi aveva suonato all'organo il Preludio religioso.

Il coro del Teatro dell'Opera, preparato da Ciro Visco, era ridotto a una trentina di elementi. Un organico molto più contenuto di quello schierato in teatro, anche se ancora lontano dalle indicazioni di Rossini, che nella dedica scherzosa al “buon Dio” riteneva sufficienti dodici cantanti, compresi i quattro solisti. Una scelta comprensibile viste le dimensioni della basilica e che non ha tolto nulla alla trasparenza dell'insieme.

Il confronto tra le due serate è stato davvero interessante. Al Costanzi l'orchestra offriva una tavolozza di ampio respiro: archi, legni e ottoni davano corpo e colore alla partitura, con volumi decisamente più ampi e un suono pieno, come vuole l'acustica di un teatro d'opera. A San Vitale cambia tutto. I due pianoforti, con l'armonium a fare quasi da ripieno armonico, restituiscono un colore più omogeneo ma molto più nitido: si colgono meglio le singole linee, il disegno ritmico, il contrappunto e la struttura vocale. Il volume è minore, però la riverberazione della chiesa lo prolunga e lo avvolge, dando al coro una profondità che in teatro non era possibile. Anche il clima è diverso: il 17 prevaleva il lato più teatrale della messa, il 22 quello intimo e raccolto, più vicino allo spirito della prima esecuzione parigina. In fondo è proprio questa la versione che Rossini scelse nella prima stesura: l'orchestrazione arrivò solo tre anni dopo, nel 1867.

Mariotti ha saputo adattare la sua lettura al nuovo ambiente, scegliendo sempre i toni e i ritmi giusti, per rendere al meglio i vari brani.

Tra i solisti si sono distinti ancora una volta Vistoli e Pertusi. Il controtenore, che sostituisce il contralto previsto dalla partitura, ha cantato nel Gratias agimus tibi, il terzetto con tenore e basso, nel duetto Qui tollis con il soprano e soprattutto nell'Agnus Dei, la pagina conclusiva per contralto e coro, dove la sua voce decisa e netta ha trovato nella chiesa una cassa di risonanza ideale. Pertusi, oltre al Gratias, ha affrontato il Quoniam, l'impegnativa aria del basso, con autorevolezza, da interprete rossiniano di lungo corso. Buona anche la prova di Baráth nel Crucifixus e di Korchak nel Domine Deus.

Passando a una breve rassegna dei brani, il Kyrie iniziale ha subito messo in luce le qualità della serata, con il moto ostinato dei pianoforti sotto il canto del coro. Nel Christe eleison, un doppio canone a cappella, l'ambiente ha fatto la differenza: la navata ha esaltato la purezza delle voci, regalando uno dei momenti più suggestivi del concerto. Splendido il Gloria, festoso e solare, e molto riuscito il Gratias agimus tibi, in cui i tre solisti si sono amalgamati perfettamente. Il Qui tollis ha confermato l'intesa tra Baráth e Vistoli, già apprezzata al Costanzi, in una pagina di grande effetto.

Nella seconda parte segnaliamo il Credo, con un coro compatto e incisivo. Il Sanctus, di nuovo senza accompagnamento, è stato un altro momento di grande raccoglimento: come nel Christe, l'acustica della basilica ha avvolto il coro in un'atmosfera quasi sospesa. Infine l'Agnus Dei, che nasce come una supplica e sfocia nel grandioso Dona nobis pacem: qui il contrasto tra l'intimità della voce solista e l'esplosione finale del coro è risultato ancora più forte che in teatro.

Al termine della recita, il lungo applauso per gli interpreti e il coro ha dimostrato l'apprezzamento del pubblico, davvero molto preparato e diligente nell'ascolto: nessuna interruzione di applausi a scena aperta durante entrambi i concerti. Una cosa non sempre scontata.

Insomma, un'ottima edizione e uno spettacolo molto apprezzato, che chiude nel migliore dei modi un progetto unico nel suo genere.

Due serate, due luoghi e due modi diversi di ascoltare lo stesso capolavoro che il grande pesarese ci ha lasciato in eredità: la grandezza dell'orchestra al Costanzi e il raccoglimento della versione originale a San Vitale.

Speriamo che il Teatro dell'Opera ci proponga presto altri confronti di questo tipo!