Recensioni - Cultura e musica

Trii d'autore al Festival della La Roque d’Anthéron

Schumann e Mendelssohn nell'interpretazione del Trio Zeliha 

I platani, l’ombra tremula delle foglie accarezzate dal vento, la galleria infinita del viale a fare da strepitoso fondale ad un rito nuovamente condiviso. Ma a La Roque d’Anthéron nessun miracolo è comodo. La bellezza va cercata e raggiunta camminando, addentrandosi nel fitto di una vegetazione lussureggiante; centinaia e centinaia di metri dai cancelli alle sale all’aperto di quel bosco fatto teatro. Per i più pigri, o per i non più giovanissimi, bianchi trenini a ruote vanno e vengono, a fare la spola tra i due ingressi e la propria poltrona all’ombra delle fronde. Una volta seduti, comincia l’incanto, quello del Festival du Piano. Lo scorso 29 luglio, a lato degli eventi clamorosi della sera – di lì a poco si sarebbe scatenato l’uragano Kolesnikov, il giorno dopo l’altrettanto torrenziale Geniušas, e il giorno dopo ancora il miracolo Volodos, di cui stentiamo ancora a parlare – erano i giovani interpreti del Trio Zeliha ad avvincere l’uditorio con un camerismo dal sapore d’antan: colloquiale e minuzioso in una spumeggiante strumentalità, capace di conciliare con magnifica naturalezza le spiccate singolarità in un amalgama già pastoso, sempre dialogante ed interlocutorio.

Sul leggio, due capisaldi della letteratura romantica: lo Schumann del secondo Trio op.80, quello dei bollori già mutati in un decantato, traboccante intimismo seppur occhieggiante all’indomito spirito di araldica complicità dell’antico Davidsbund; ed accanto, il Mendelssohn dell’op. 49, quello del primo esito per Trio con pianoforte. Non è molto che Manon Galy, Maxime Quennesson e Jorge González Buajasan, rispettivamente violino, violoncello e pianoforte della formazione, hanno deciso di fare formazione, eppure la circolarità, la facilità di equilibrio, il vivace scambio tra i tre vertici si evincevano sin dai primi istanti. Una lezione mutuata da anni di apprendistato nella fucina del Trio Wanderer, che a noi personalmente ricordava quella più antica e memorabile del Trio di Trieste. L’abnegazione al servizio dell’uno, e al tempo stesso, la rifinita cura del dettaglio di ogni parte a portare qualità, ispirazione, intensità, all’esecuzione. Non da ultimo, l’attenzione quasi maniacale al suono, alla sua bellezza, alla qualità della pronuncia, senza la quale niente sarebbe rivelato. Il secondo movimento del trio schumanniano, intinto nello stesso liquido fatato che abita nelle altre somme pagine del suo camerismo più felice, trovava nei tre strumentisti una resa di toccante bellezza. Allo stesso modo, la cifra contrappuntistica, che della sintassi del Trio è fecondo humus, veniva assecondata con arguzia e garbo, senza rinunciare a condirla di quell’accento bizzarro, vagamente rapsodico, che costituisce il suggello dell’opera, riportando l’ascoltatore per un attimo ai fasti iniziali della parabola schumanniana.

Un’esaltante sovreccitazione, non ancora mitigata, scandiva invece, comme il faut, il Trio che Mendelssohn scrisse nel 1839, dieci anni esatti prima quello schumanniano. “Il Mozart del nostro tempo”, lo aveva definito lo stesso Schumann recensendo l’opera con parole di elogio e di stima, cogliendone d’altronde la cifra di un vitalismo spiccato e terso. Qui era il violoncello ad aprire le danze con una linea di canto dal tono cordiale che subito chiamava a sé gli altri due strumenti ad un intreccio serrato e brillante. Un gioiello di perfetta compiutezza l’ampio Scherzo dove i tre musicisti, divertiti e complici, esaltavano appieno questa pagina frizzante e coloristicamente accesa, prima di dirigersi, spavaldi, verso il brillante Finale speziato nei suoi echi popolareschi. Magnifico, per arte davvero rara di cucire, suggerire, rilanciare intenzioni ed intuizioni, il pianoforte di Gonzales Buaiasan, valore aggiunto di una formazione di cui sentiremo ancora spesso parlare.