La famosa messa da requiem di Mozart eseguita con grande maestria nella magnifica scenografia della Basilica di Massenzio a Roma
Sotto la direzione del Maestro Jérémie Rhorer abbiamo assistito ad una intensa rappresentazione della famosa Messa da Requiem KV 626, ultima fatica incompiuta del grande compositore salisburghese. Il concerto ha fatto il tutto esaurito.
La messa è stata preceduta da un piccolo gioiello della produzione sacra mozartiana, l’Ave Verum Corpus KV 618, composto nell’anno della morte del compositore, il 1791, in data 17 giugno, a Baden per la solennità del Corpus Domini e dedicato all’amico Anton Stoll, Kapelmeister della parrocchia di Baden. La composizione è di sole 46 battute, per coro e orchestra d’archi. Come brano di apertura, ha subito mostrato la coesione, la coordinazione e il magnifico timbro del coro dell’Accademia di Santa Cecilia, diretto dal Maestro Andrea Secchi. Il coro ha reso perfettamente la dolcezza e la delicatezza quasi ecumenica di questo straordinario brano mentre l’acustica dell’abside della Basilica ha certamente completato il quadro, anche se questo effetto straordinario è un privilegio delle sole prime file della platea purtroppo. Un piccolo grande brano che commuove sempre per la sua bellezza.
Venendo invece alla Messa da Requiem kv 626, è l’unica composizione di Mozart giunta a noi incompleta. Circa un terzo della partitura fu completato dopo la sua morte da Franz Xaver Süßmayr, allievo e amico di Mozart, seguendo le indicazioni, i frammenti musicali e gli appunti lasciati dal compositore nel suo studio privato. Una prima parte della partitura (Introitus e Kyrie) fu eseguita in segreto pochi giorni dopo la morte del compositore, avvenuta il 5 dicembre 1791, come messa di suffragio a lui dedicata, mentre la prima ufficiale fu eseguita il 14 dicembre 1793 nel Monastero Cistercense di Neukloster alla presenza del Conte von Walsegg che era il committente della messa.
La direzione musicale ha voluto evidenziare sin dall’inizio le complesse dinamiche contrappuntistiche e ritmiche della parte orchestrale, valorizzandole il più possibile, pur mantenendo l’equilibro tra orchestra e coro. Un punto di vista che abbiamo molto apprezzato.
Oltre alla bella prova del coro, segnaliamo anche il quartetto vocale con il soprano Mei Gui Zhang, il contralto Anna Doris Capitelli, il tenore Duke Kim ed il basso Guilhem Worms. Sebbene svolgano una parte meno significativa rispetto al coro, il mix dei timbri vocali è risultato ben calibrato e nel complesso molto piacevole. Bravo il basso Guilhem Worms e il contralto Anna Doris Capitelli che si sono particolarmente distinti nel corso del concerto.
Passando ai vari numeri della composizione, molto suggestivo l’Introitus di apertura che segue la formula perfezionata da Mozart con una parte corale iniziale seguita da una sezione affidata al soprano e poi la ripresa del coro, come nella Grande Messa in Do minore K427 del 1783. Bellissimi i palpiti dei bassi che sostengono gli archi e i fiati nell’esposizione della breve fuga iniziale e l’ingresso del coro con la sua straordinaria polifonia. Forse un po’ meno efficace la parte affidata al soprano, che è sembrata un po’ sottotono e coperta dall’orchestra.
Altro brano particolarmente riuscito è stato il Kyrie, una magnifica fuga doppia (uno dei due temi è preso dal coro And with his stripes we are healed del Messiah di Handel). Qui la struttura ritmica e quella contrappuntistica sono state rese davvero magnificamente, con il sostegno delle sezioni basse dell’orchestra e del coro.
Un po’ di concitazione ed affanno invece nel successivo Dies Irae. L’esecuzione è stata veloce e si è percepita qualche difficoltà di coordinazione tra orchestra e coro per via delle rapide figurazioni negli archi. Bello anche il Tuba Mirum, dove il basso Guilhem Worms si è particolarmente notato per la bravura ed il timbro caldo della voce. Anche il Recordare ha messo in evidenza il bel timbro del quartetto vocale.
Il Confutatis, reso famoso dal film Amadeus di Milos Forman, è stato eseguito splendidamente, ma forse il brano più commovente e riuscito è stato proprio il Lacrimosa.
Il palpito iniziale del brano introduce uno dei pezzi più straordinari della musica sacra della seconda metà del 700. Rhorer è riuscito a rendere il bellissimo crescendo che partendo dalle prime battute dell’orchestra, scritte con la tecnica della Suspiratio (note alternate a pause per simulare un gemitio), arriva ad innalzarsi sempre più, fino alle ultime battute finali. Un crescendo che sembra quasi descrivere una forma di ascensione del compositore stesso. Davvero commovente. Ottimo anche il successivo Domine Jesu, con la sua struttura contrappuntistica e l’alternanza del coro con il quartetto vocale.
Insomma, un concerto che ha regalato emozioni e una grande commozione. L'applauso finale è stato forse meno convinto di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, cosa che ci ha colti di sorpresa, francamente. Tuttavia, abbiamo cercato di fare la nostra parte per renderlo il più fragoroso possibile...