Recensioni - Cultura e musica

Una messa piccola solo nel nome

Michele Mariotti dirige con eleganza la Petite messe solennelle di Rossini nella versione per orchestra al Teatro Costanzi di Roma

Bella esecuzione della versione orchestrale dell’ultimo capolavoro rossiniano, accolta con grande entusiasmo da un pubblico numeroso. Ottima la direzione di Mariotti e la prova dei solisti, qualche appunto sulle fughe corali.

Il Teatro Costanzi era molto affollato per questo concerto, che fa parte di un progetto particolarmente interessante del Teatro dell’Opera di Roma: presentare a pochi giorni di distanza le due versioni della Petite messe solennelle di Gioachino Rossini, la prima per soli, coro, due pianoforti e armonium, che verrà eseguita il 22 ottobre nella basilica di San Vitale, e la seconda per soli, coro e orchestra, eseguita in questa serata. Un’occasione rara per confrontare le due anime di questa composizione.

La Petite messe solennelle fu composta nel 1863, quando Rossini aveva ormai da più di trent’anni abbandonato il teatro d’opera, e fa parte di quei Péchés de vieillesse, i “peccati di vecchiaia”, con cui il compositore si dilettava nei suoi ultimi anni parigini. Fu eseguita per la prima volta nel marzo del 1864 nella cappella privata della contessa Pillet-Will, nella versione cameristica. Qualche anno dopo Rossini decise di orchestrarla lui stesso, temendo che qualcun altro lo facesse al posto suo dopo la sua morte. La versione orchestrale fu infatti eseguita solo nel 1869, pochi mesi dopo la scomparsa del compositore. Già il titolo è un piccolo gioco di parole tipicamente rossiniano: una messa “piccola” ma “solenne”, che di piccolo ha ben poco, con i suoi quattordici numeri e un’alternanza continua tra lo stile sacro della tradizione e lo stile operistico più brillante.

Sotto la direzione del maestro Michele Mariotti l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma ha offerto un’ottima prova. Mariotti, che di Rossini è uno dei maggiori interpreti di oggi, ha scelto sempre i tempi giusti, senza forzature, e ha saputo dosare molto bene i volumi orchestrali, senza mai sovrastare i solisti e il coro. Una direzione elegante e misurata, che ha messo in evidenza sia il lato più raccolto e religioso della partitura sia quello più teatrale.

Anche il coro, diretto come sempre da Ciro Visco, ha cantato bene. Qualche appunto però sulle due grandi fughe della messa, il Cum Sancto Spiritu che chiude il Gloria e la fuga conclusiva dell’Et resurrexit: entrambe sono state dirette in modo un po’ meccanico, corrette ma senza quello slancio e quella brillantezza che Rossini, maestro del crescendo, mette in queste pagine.

Molto bravi i quattro solisti: il soprano Emőke Baráth, il controtenore Carlo Vistoli, il tenore Dmitrij Korčak e il basso Michele Pertusi. Insolita la scelta del controtenore al posto del contralto previsto dalla partitura. Una scelta che a prima vista può sorprendere, ma che trova forse una giustificazione nelle parole dello stesso Rossini, che nella celebre dedica scherzosa al “buon Dio” scriveva di aver composto la messa per dodici cantanti “di tre sessi: uomini, donne e castrati”. Il controtenore restituisce in qualche modo quel timbro particolare che il compositore aveva in mente.

Tra i solisti segnaliamo soprattutto il basso Michele Pertusi, interprete rossiniano di lunga esperienza, con un bel timbro, un fraseggio molto curato e una grande autorevolezza. Notevole la sua esecuzione del Quoniam, l’aria del basso, una pagina impegnativa che Pertusi ha reso con grande nobiltà. Ottimo anche Carlo Vistoli, con una voce morbida e omogenea e una notevole musicalità, che ha convinto pienamente anche gli spettatori, come ha dimostrato il tributo a lui dedicato negli applausi finali.

Passando a una breve rassegna dei brani, molto bello il Kyrie iniziale, con il Christe eleison affidato al coro a cappella, un doppio canone di sapore quasi palestriniano che Rossini scrive come omaggio alla polifonia antica. Efficace anche il Gloria in excelsis Deo, dove solisti e coro si alternano in un clima luminoso e festoso.

Il Qui tollis, il duetto tra soprano e contralto, è stato uno dei momenti più riusciti della serata: le due voci si sono fuse molto bene, in una pagina di grande dolcezza melodica che ricorda il miglior Rossini operistico. Del Quoniam di Pertusi abbiamo già detto.

Il Sanctus, cantato senza accompagnamento strumentale da solisti e coro, è stato un momento di grande raccoglimento, eseguito con una bella omogeneità di suono.

Il finale Agnus Dei, affidato al contralto con il coro, ha chiuso egregiamente la serata: una pagina intensa e drammatica, che parte con un tono quasi di supplica, ispirato chiaramente allo stile bachiano, e si conclude in un grandioso Dona nobis pacem, al culmine di un climax di grande effetto.

Un cenno speciale al Preludio religioso all’offertorio, eseguito splendidamente all’organo da Josep Solé Coll. Si tratta di un brano eccezionale, di una modernità quasi sconcertante. Rossini qui anticipa le composizioni per organo di César Franck di molti anni.

Al termine del concerto il pubblico ha ringraziato con un lungo e caloroso applauso, rivolto in particolare a Mariotti, a Pertusi e a Vistoli, a testimonianza di un grande apprezzamento.

Insomma, una bella serata con una musica stupenda, eseguita molto bene. Attendiamo ora di ascoltare la versione originale con i due pianoforti e l’armonium a San Vitale, per completare il confronto tra le due Petite messe!