Recensioni - Cultura e musica

Violetta delle tenebre

Presentata al teatro Filarmonico un’edizione di Traviata a tinte fosche e scure.

Come terzo titolo operistico della stagione invernale al Teatro Filarmonico, la Fondazione Arena di Verona ha presentato La Traviata di Giuseppe Verdi nell'allestimento realizzato alcuni anni fa da Giancarlo Sepe per il Teatro Malibran di Venezia.
Famoso per le sue regie di stampo innovativo, Sepe anche in questo caso ha offerto una lettura del capolavoro verdiano che, pur non raggiungendo in originalità la produzione areniana di Graham Vick, non si poteva certo definire tradizionale.
 

Il dramma di Violetta è stato qui ridotto all'essenziale, eliminando ogni elemento accessorio. Tutta l'azione si è svolta all'interno di una quintatura nera, quasi priva di elementi scenografici, illuminata solo da luci spioventi e di taglio, con le masse corali quasi sempre statiche.
Impianto questo che, se da una parte contribuiva a sottolineare il senso di solitudine e di tragedia che incombe sulla protagonista, dall'altre mostrava più di un limite dal punto di vista teatrale.
Un'impostazione del genere, priva di qualsiasi appagamento visivo, richiederebbe infatti un lavoro accuratissimo sui singoli interpreti, al fine di farne emergere psicologia e dramma, visto che sostanzialmente è su di loro che viene catalizzata tutta l'azione. Purtroppo invece tutto ciò è venuto a mancare: i movimenti mimici erano tanto limitati quanto stereotipati e nessuno apparentemente ha costruito un vero personaggio o ha tentato di instaurare delle relazioni con i suoi interlocutori. Oltretutto la scarsa illuminazione ha spesso costretto i cantanti a ripetuti spostamenti sul palco per evitare di esibirsi al buio. Discorso analogo per le scene di massa del primo e del secondo atto: buie e tetre, prive dell’animazione che avrebbe potuto apportare il  coro, lasciato invece immobile sul fondo in una disposizione più da oratorio sacro che da festa nella Parigi ottocentesca.
Interlocutorio anche l'aspetto musicale: Silvia Dalla Benetta, che avevamo avuto modo di apprezzare alcuni mesi fa nel Corsaro a Busseto, non è riuscita a delineare una Violetta a tutto tondo. Il registro vocale ha mostrato alcune disomogeneità che l’hanno costretta ad un’emissione sforzata e non perfettamente timbrata, soprattutto nelle note acute, cosa che ha penalizzato un possibile approfondimento in chiave psicologica del personaggio. Gianluca Terranova è stato un Alfredo corretto ma dalla voce piccola, priva di quel lirismo squillante che questa parte richiederebbe, mentre più convincente è sicuramente apparso il giovane baritono Simone Piazzola: un Giorgio Germont  dotato di un bellissimo colore verdiano, nonostante la sua tecnica necessiti ancora di perfezionamento, soprattutto a livello di fraseggio.
Il reparto dei comprimari presentava alcuni alti e bassi mentre il coro ha fornito una buona prova, nonostante in più di un’occasione il rapporto tra palcoscenico e orchestra mostrasse qualche scollamento.
Gianluca Martinenghi ha diretto i complessi della Fondazione Arena senza particolari guizzi interpretativi, anzi tendendo a sbilanciare il peso sonoro in favore degli ottoni, che spesso emergevano dal tessuto orchestrale in maniera non sempre opportuna.
Al termine applausi convinti, anche se non entusiasti, con punte di apprezzamento per il giovane Piazzola.

Davide Cornacchione 26 marzo 2009