Con il teatro classico proveniente da Siracusa si conclude l’estate teatrale veronese
Come ormai da tradizione l’Estate teatrale Veronese si conclude a settembre con uno spettacolo di teatro classico proveniente dal Teatro Greco di Siracusa e prodotto dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico.
Quest’anno viene presentata la più curiosa e singolare delle tragedie del canone superstite euripideo, ovvero Alcesti, presentata verosimilmente nel 438 avanti cristo. Si narra di Alcesti, moglie di Admeto, che sceglie di sacrificarsi e di morire al posto del marito. Apollo infatti è riuscito ad ingannare la morte e a salvare il destino segnato del Re Admeto, a patto che qualcun altro muoia al suo posto. L’unica disposta a questo sacrificio è la moglie Alcesti, che morirà lasciando però il Re Tessalo pieno di rimorso e di rancori non sopiti.
Questa tragedia è curiosa e singolare, proprio perché compiutamente tragedia non è. La storia lascia largo spazio al comico e al grottesco. Venne infatti scritta al posto del tradizionale dramma satiresco che si presentava a fine giornata, dopo i tre drammi tradizionali, portando con sé la necessità di avvicinarsi ad un genere e ad una tradizione più leggera.
Perciò se i cori ricalcano la tradizione tragica, così come in parte il personaggio di Alcesti, vediamo irrompere sulla scena personaggi che incredibilmente già occhieggiano alla commedia nuova di Menandro, per arrivare fino alla grande tradizione romana del teatro plautino e addirittura ai ruoli stereotipati della commedia dell’arte. Troviamo infatti un Eracle spavaldo e borioso, il classico Capitan Spaventa della commedia dell’arte. Il padre di Admeto, Ferete, che si è rifiutato di morire al posto del figlio, potrebbe benissimo essere un Pantalone bizzoso e arcigno di una commedia goldoniana. Fino ad arrivare al servo che assiste allo smodato banchetto di Eracle, quest’ultimo ricorda gli Zanni della commedia dell’arte, ma occhieggia anche ai servi comici che Shakespeare amava inserire nelle tragedie più cupe per variare le atmosfere. La modalità e la costruzione drammaturgica non possono non far pensare al portiere ubriaco del Macbeth shakespeariano.
Il teatro in questo senso è e rimane specchio dell’umano primordiale, i suoi schemi superano i millenni e magicamente si ritrovano simili e traslati nelle diverse epoche.
Filippo Dini, che cura la regia dello spettacolo, si avvale di numerosi collaboratori: Paolo Fresu alle musiche, Gregorio Zurla per le scene, Alessio Rosati per i costumi, Alessio Maria Romano per i movimenti e Pasquale Mari alle luci. Il regista genovese crea uno spettacolo che gioca con atmosfere contemporanee; mantiene, come nella miglior tradizione di Siracusa, il testo nella sua interezza; non ha paura di spingere sul registro comico. La messa in scena è accurata e gli attori ben scelti, preparati e opportunamente istruiti, il coro dà il meglio di sé nelle parti cantate e recitate all’unisono, mentre traccheggia quando i versi di Euripide sono semplicemente distribuiti fra i coristi.
Non tutto convince: la scena risulta ben fatta ma confusa nell’accostare elementi da “maison à la mode” con strumenti ginnici e alcove con tende da ospedale, anche i costumi spaziano dal casual ad accenti regali poco efficaci. Tutto fila liscio, ma a tratti lo spettacolo sembra preparato a compartimenti stagni, con i balli e i canti che hanno poco a che fare con tutto il resto.
Il meglio arriva con i comici, in cui Dini riesce a cogliere l’essenza del testo euripideo, affidandosi senza paura ai dialetti. Così abbiamo l’Eracle veneto, efficace e divertente di Denis Fasolo, il servo pugliese di Bruno Ricci e il vecchio Ferete, magistralmente interpretato sulla parola dallo stesso Filippo Dini.
Meno calibrate le interpretazioni di Deniz Ozdogan (Alcesti), troppo costruita e ronconiana per essere convincente e Aldo Ottobrino, un Admeto efficace ma costantemente febbrile e aggressivo, tanto da scadere nel monocorde. Completano il numeroso cast Alessio Del Mastro, Luigi Bignone, Sandra Toffolatti, Giorgio Signorelli, Maria Sole Gennuso, Carlo Orlando, Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli.
Sicuramente una produzione completa, con un cast numeroso e un lavoro complessivo accurato e lodevole. Queste sono le proposte che servono alla programmazione di un tempio della prosa come il teatro Romano di Verona. Il pubblico, che non si lascia più ingannare dai soli nomi altisonanti, ha riempito come non mai il teatro Romano, con una platea molto affollata e gradinate straripanti di gente.
Se le proposte hanno una qualità di base questa viene riconosciuta. A riprova che il pubblico cerca spettacoli, testi d’autore, compagini attoriali complete e degne di tale nome. Il vuoto che abbiamo visto in altre serate lo conferma: il monologo, la lettura, l’esegesi colta non è pane per l’estate al teatro Romano. Gli spettatori accorsi per Alcesti lo hanno definitivamente dimostrato.
Grandi applausi per tutti gli interpreti nel finale.
Raffaello Malesci (Venerdì 18 Settembre 2026)