Messa in scena spettacolare ma con qualche peccato veniale
Prosegue il Festival dedicato a Shakespeare all’interno del variegato cartellone dell’Estate Teatrale Veronese al Teatro Romano, con “Tito Andronico”, la prima tragedia di William Shakespeare.
Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia Molière e dal Teatro Quirino, è diretto da Davide Sacco, che ne cura anche la riduzione e l’adattamento. Le scene sono di Fabiana Di Marco, i costumi di Alessandra Benaduce, le luci di Luigi Della Monaca e le musiche originali di Davide Cavuti.
In sé la proposta sarebbe perfetta per il format del festival, trattandosi della prima tragedia di William Shakespeare, di rara rappresentazione, un testo singolare e per certi versi unico nel canone del bardo. Lo Shakespeare giovane si vede tutto: intanto nella volontà o necessità di seguire la moda del momento, ovvero il gusto del pubblico per la “revenge Tragedy”, una tragedia di vendetta dalle tinte forti. Tutto questo sulla scia del successo della Spanish Tragedy di Thomas Kyd, che sdogana un gusto truculento e macabro: uccisioni ripetute in scena, mutilazioni, amputazioni e cadaveri a pioggia. Poi c’è la volontà tipica dello Shakespeare giovane di dimostrare una ferrea cultura classica, con le numerose citazioni latine e i molti riferimenti alle metamorfosi di Ovidio.
Lo spettacolo proposto a Verona viene dal Teatro Quirino. Ha dalla sua il pregio di seguire la drammaturgia in modo più o meno coerente e con un numeroso gruppo di attori. La produzione dal punto di vista scenografico è importante: un terrapieno desolato, un cimitero che straborda in platea, pedane di ferro che si sollevano. Un’atmosfera postindustriale con il prevalere di colori scuri e materici e un fondale bianco sporcato da graffiti neri. Si vede l’influenza delle grandi produzioni shakespeariane di Thomas Ostermeier sia nella scelta del coté terrigno della scena che per i costumi, coerenti ma con notevoli cadute nel trash di cattivo gusto.
L’operazione presenta tre peccati veniali, che tanto veniali non sono, e che hanno inficiato non poco sulla riuscita dello spettacolo nel suo complesso. Il primo è drammaturgico: Shakespeare sopporta i più svariati adattamenti, tagli, mutilazioni e via di seguito; quello che non funziona quasi mai è quando l’adattamento parte, probabilmente e verosimilmente, dal cast e non dall’idea. Si sceglie di affidare il personaggio di Aronne, originariamente un moro selvaggio, servo e amante della regina dei Goti Tamora, ad un interprete femminile. La tragedia viene pertanto mutilata di tutta la trama secondaria, intrisa di una malvagità diabolica, ferina e controversa. La drammaturgia cerca di spostare il fuoco del personaggio su una malvagità completata da un rapporto lesbico con la regina, senza tuttavia arrivare ad un risultato efficace.
Il secondo è simile e conseguente: il primo Shakespeare si nutre di cast sontuosi o di attori di vaglia, in grado di fare perfettamente i molti raddoppi. Il tagliare i numerosi figli di Andronico, come nel caso dello spettacolo veronese, mutila letteralmente la tragedia della sua spettacolarità, fondamentale nel primo Shakespeare, che non ha ancora le profondità psicologiche delle opere più tarde. Allo spettacolo di Davide Sacco è mancata la coerenza e l’opportuna soluzione per le scene di insieme, che sono le più numerose nel Tito Andronico.
Il terzo è quello di voler piegare uno testo pensato per il divertimento truculento di un pubblico popolare nei cortili degli Inn londinesi, o, alla meglio, in un teatro all’aperto (alla costruzione del Globe mancano diversi anni), a facili quanto banali riflessioni contemporanee sulla guerra, sull’uguaglianza o sui diritti. Niente di più lontano da questo Shakespeare, niente di più scontato. Abbiamo assistito a cose già viste e sentite: dai monologhi modificati a uso e costume della sensibilità contemporanea, all’immancabile e ben presente sottotitolo in inglese, oppure all’utilizzo della pietà o della compassione dove non ha senso. Insomma è come inserire un “siate buoni” in un film dell’orrore, non può funzionare.
Elencati i peccatucci veniali, bisogna anche dire che la regia è bene organizzata, varia e coerente, in un certo qual modo anche attenta alla spettacolarità: con la moto che fa il suo ingresso sul palco nella scena dello stupro di Lavinia, i piani sfalsati creati dalla scena e le passerelle in ferro che si sollevano.
Prima di passare al cast, una riflessione singolare. L’Italia del teatro è quel curioso paese in cui, salvo rare eccezioni, il “giovane Amleto” viene spesso interpretato da attempati attori a fine carriera, se non anche da ottuagenari monologanti. Guarda caso però il “vecchio Tito” viene affidato ad un attore fin troppo giovane – beato lui - come Francesco Montanari. Ritorniamo al peccato veniale ma non troppo di piegare il teatro e di conseguenza il testo non all’idea ma a ben più prosaiche esigenze del “e chi lo fa?”. In fondo le famiglie teatrali della commedia dell’arte in Italia non sono mai veramente morte, ma sopravvivono in singolari e più promiscue “Modern families”, che, prosaicamente, piegano il teatro alle loro esigenze.
Nel folto gruppo degli attori direi che spicca il giovane Gugliemo Poggi, che al netto di una tecnica vocale con qualche asprezza di troppo, azzecca un Saturnino ottimamente impostato, ben interpretando lo stilema dell’imperatore crudele, folle e debosciato. Il personaggio è da maturare, manca per esempio qualche risvolto ironico e lezioso alla Peter Ustinov, ma l’attore ha un proprio magnetismo, è comunicativo e cattura l’uditorio. Bravo.
Francesco Montanari è un Tito sostanzialmente stentoreo e monocorde, tecnicamente ferrato non riesce però a sciogliere il nodo ironico del personaggio. Marianella Bargilli propone una Tamora regale e distaccata, certo è penalizzata dalla mancanza di un Aronne credibile, l’alter ego malvagio indispensabile alla regina dei Goti. Una menzione anche al Marco Andronico di Ivan Olivieri, classico, nitido ed efficace nel portare la parola shakespeariana.
Professionali gli altri: Beatrice Coppolino, Claudia Grass, Jacopo Riccardi, Giuliano Bruzzese, Filippo Rusconi, Enrico Spelta, Matilde Pettazzoni.
Desolate le gradinate del teatro Romano, praticamente vuote. Il poco pubblico presente ha applaudito con calore.
Raffaello Malesci (Giovedì 9 Luglio 2026)