Complessa drammatizzazione del romanzo Exil di Lion Feuchtwanger
Rigorosa quanto intensa produzione al Berliner Ensemble, il teatro che fu di Bertolt Brecht, che sceglie di riscoprire un romanzo degli anni trenta del novecento, ovvero “Exil” di Lion Feuchtwanger, ridotto per il teatro da Sibylle Baschung insieme a Luk Perceval, che ne cura anche regia e messa in scena.
Si tratta di un testo complesso, il romanzo del 1939 fa parte di una più ampia trilogia, che mette in scena un periodo buio e poco indagato della storia artistica tedesca. Baschung e Perceval scelgono una riduzione teatrale in linea con un teatro di matrice epica, a metà cioè fra narrazione e mimesi teatrale, nel vero spirito del fondatore Bertolt Brecht e delle sue teorie relative al teatro dello straniamento. Infatti il testo viene presentato in modo semplice e lineare, ma al contempo senza rinunciare alle parti descrittive del romanzo, che irrompono nei vari dialoghi pronunciate da questo o quel personaggio, con l'intento di ricordare sempre al pubblico che si tratta di un racconto, che siamo nell’ambito di una riproduzione romanzesca, in cui alla storia, e di conseguenza all’immedesimazione, si antepone sempre la riflessione politica e filosofica.
La storia narra di un gruppo di profughi in fuga dalle persecuzioni naziste della fine degli anni trenta del Novecento. Questo gruppo, composto per lo più da artisti la cui arte è stata rifiutata dal regime, la cosiddetta “entartete Kunst”, si rifugia a Parigi. Inizialmente pare che lungo la Senna si possa ritrovare una vita libera, tornare a dedicarsi all'arte, alla musica e alla letteratura, riprendere una vita familiare, ritrovare una serenità seppur nella condizione di esiliati. Questa cosa si rivela però ben presto essere una mera illusione e i personaggi scivolano lentamente ma inesorabilmente verso la completa disillusione. Ogni speranza si infrange insieme alle residue libertà dell'Europa contro la barbarie nazista e l'incombere della Seconda Guerra Mondiale.
La messa in scena è sobria e rigorosa: mescola tratti teatrali e tratti di narrazione romanzesca senza preoccuparsi eccessivamente di chiarire gli snodi drammaturgici; si dipana principalmente per brevi flash e scene singole, che si affastellano nello sviluppo della narrazione. Il romanzo di Feuchtwanger è caratterizzato da un lento declino verso l'abisso, che si esplicita nella bella scenografia ideata da Annette Kurz. Sobri e appropriati i costumi di Ilse Vandenbussche. Inizialmente, quando sembra esserci ancora una qualche speranza di libertà, la scena si apre su una immensa Torre Eiffel, di grande impatto scenico, riprodotta però con mobili e sedie. Questa stessa Torre viene via via smantellata, proprio come le speranze di libertà dei personaggi, tanto che alla fine dello spettacolo non rimane che un palco scabro e vuoto. Un teatro scorticato, privo di quinte, privo di quadratura, privo di qualsiasi protezione che l'arte può fornire alla vita. Come se la barbarie nazista avesse tolto ai personaggi, e in fondo anche al pubblico, ogni speranza e ogni possibilità di riscatto. L’iniziale costruzione con le sedie è perciò una mera illusione: nulla può salvare dalla barbarie: né l’arte, né il teatro.
I personaggi sembrano fuori contesto, spaesati in un mondo che non riconoscono più, di conseguenza le scene non indulgono mai nel dialogo consolatorio, ma sono spezzate, frammentate in una drammaturgia che tenta di riprodurre plasticamente un disagio, facendo passare i personaggi da uno all'altro quasi senza soluzione di continuità, raddoppiando le parti con pochi tratti irrealistici, forse creando volutamente confusioni e sovrapposizioni troppo repentine. L’assunto teorico è evidente, palese, la realizzazione scenica e drammatica non è tuttavia sempre chiara e convincente. Se Brecht attenuava le sue linee teoriche, tanto che spesso si perdono poi nelle realizzazioni spettacolari, basti pensare al suo manifesto che è “Mutter Courage”, Luk Perceval sembra eccedere nel rigore, perdendo di vista la fruibilità e appesantendo eccessivamente l’insieme.
Così accade che i personaggi che funzionano di più siano quelli più spiccatamente teatrali, addirittura con forti tratti di caratterizzazione, quali il dentista o l'inviato nazista a Parigi. Gli altri a tratti suonano troppo filosofici, troppo incerti per la fruizione teatrale, troppo romanzati. Anche la grande scena del suicidio della protagonista nel finale è costruita in modo ambiguo, con un inizio da grande monologo drammatico e un finale narrato, quasi a ricordare la tragedia greca. L’aggiunta poi di un doppio e triplo finale porta ad allungare ulteriormente il brodo, senza la pregnanza necessaria a creare una chiusa veramente efficace.
Detto questo il cast del Berliner Ensemble è di primo ordine sia per quanto riguarda i protagonisti che per le numerose parti di fianco: Oliver Kraushaar, Pauline Knof, Jonathan Kempf, Lili Epply, Sebastian Zimmler (che ha sostituito l’indisposto Peter Moltzen) Marc Oliver Schulze, Constanze Becker, Paul Zichner, Luana Velis, Martin Rentzsch, Gerrit Jansen, Paul Herwig.
Teatro pieno e ottimo successo nel finale.
Raffaello Malesci (Domenica 4 gennaio 2026)