Viaggia verso i vent’anni l’iconica messa in scena di Thomas Ostermeier
Cosa dire di Amleto della Schaubühne di Berlino diretto da Thomas Ostermeier? Uno spettacolo che fra poco compirà vent'anni dal debutto avignonese del 2008 e che ha girato praticamente tutta Europa, diventando un'icona del principale teatro di prosa di quella che fu la Berlino dell’ovest. È stato e resta un capolavoro.
Intanto iniziamo col dire che Thomas Ostermeier lavora sull'ironia e sul grottesco, ambientando Amleto in una specie di cortile dove la terra è fresca, turgida, appena rivoltata. Potrebbe essere un campo, un cimitero, potrebbe essere un giardino tenuto male, potrebbe essere un parco giochi di periferia. C'è un tavolo sullo sfondo, un sipario costruito di sottili catene dorate che avanza e arretra a seconda delle necessità. Lo stesso accade per il tavolo, ricolmo di bottiglie di plastica, bicchieri, junk food. Non vi è nulla di regale, nulla di mitico, nulla di epico, al contrario si respira periferia, rabbia, disincanto, disagio.
Si inizia con una farsa, quasi con una slapstick Comedy alla moda dei film Muti anni 30. Siamo al funerale del padre di Amleto: la cassa è a proscenio, ben in vista, la tomba è pronta e spalancata, le corde per calarla sono al loro posto, il corteo funebre pure. Ma ovviamente tutto va storto: il confuso becchino non riesce a gestire la cosa, cerca maldestramente di calare la cassa, finisce anch’egli nella tomba, poi la cassa si rovescia, il malcapitato becchino, ormai sporco e disperato, un vero e proprio clown rosso del circo, deve entrare nella tomba per sistemarla; nel mentre Amleto tiene in mano una canna da giardino che simula una pioggia incessante.
Tutto è palesemente grottesco, fin dall'inizio; provocatorio senza sconti, contemporaneo, trasgressivo e questa scelta viene mantenuta e condotta fino in fondo. La riduzione drammaturgica, fatta in collaborazione con Marius von Mayenburg, è profonda, importante, radicale. Mantiene e reitera le scene iconiche dell’Amleto come “Essere o non essere”, che viene ripetuto almeno tre volte dal protagonista in occasioni diverse. La drammaturgia e la messa in scena puntano non tanto sulla resa integrale o semintegrale del testo, ma sull'interpretazione antieroica del personaggio di Amleto e sulla distruzione del mito teatrale. Viene bandita ogni seriosità, buttata a mare la tragedia di stampo romantico, sbeffeggiati i sospiri vani e tragici delle eroine classiche, fiaccate le tirate modulate fra urla e mezze voci dei grandi mattatori del secolo breve.
Il grottesco impera e la messa in scena attinge all’immaginario della commedia antica: sei attori interpretano tutti i personaggi alternandosi velocemente senza alcuna preoccupazione di verosimiglianza; il personaggio di Amleto più volte interloquisce con il pubblico, con commenti e digressioni private, è l’attore che parla con gli spettatori, proprio come accadeva nel teatro greco antico. Altro filo conduttore è la voglia di stupire, di provocare. Tutti giocano con le rispettive parti, passando con disinvoltura incredibile, senza quasi artificio scenico, da un personaggio all'altro. L'attrice che interpreta Ofelia interpreta anche la madre di Amleto e il passaggio fra i due personaggi avviene in scena, togliendosi e mettendosi un paio di occhiali neri e una parrucca bionda. Lo stesso dicasi per Orazio, Rosencrantz e Guilderstern, oppure per il fantasma del Re, interpretato dallo stesso attore che interpreta Claudio.
Insomma Thomas Ostermeier mette in scena un gruppo di annoiati ragazzacci in un parco di una cittadina di provincia, la grande storia è bandita, non c’è più “marcio” in Danimarca, solo noia e bisogno di sballarsi. Gli attori sono intenti a combinarne di tutti i colori. Troviamo tutto il repertorio della trasgressione: dalla nudità alla finta masturbazione in scena; dalla violenza al consumo compulsivo di alcolici; dal mangiare la terra fino al cospargersi di acqua e di liquidi vari; dall’interlocuzione casuale con il pubblico fino all’uscire completamente dal ruolo e dal personaggio in barba a qualsiasi convenzione mimetica.
Ne sortisce una sorta di sarabanda scenica, un sabba contemporaneo fatto di terra, di sangue, di travestimenti che non sono travestimenti, di attori che non sono personaggi e personaggi che non sono attori, in barba qualsiasi teoria teatrale, in barba alla stessa storia di Amleto che finisce per essere messa in un angolo senza tanti complimenti. Amleto diventa un pretesto per altro. Thomas Ostermeier riesce a toccare un teatro che torna ad essere vero, forte, inequivocabile, disturbante, irritante, lungo, a tratti infinito, eccessivo. Tutto diventa buffoneria, gigioneggiare con il pubblico: più che del testo ci si ritrova in balia degli attori, veri sacerdoti di una esperienza a suo modo catartica. Sono sempre stati gli attori a portare avanti il teatro e Shakespeare era uno di loro, secondo questa messa in scena molto più del drammaturgo.
Non siamo molto lontani dalla sensazione che aveva suscitato la nuova drammaturgia di Sarah Kane a fine anni 90 del secolo scorso, ritroviamo lo spirito del tempo e ci viene in mente “Trainspotting” oppure “Shopping and Fucking” di Mark Ravenhill. Se lo spettacolo mostra i suoi anni è più per la temperie culturale in cui era inserito che per altro. Certo qua e là rileviamo un'impressione di scollamento, di rilassamento, di eccessivo e compiaciuto gigioneggiare. Il limite fra efficacia ed eccesso è impalpabile, affidato alla serata, alle reazioni del pubblico: il teatro greco si trasforma inavvertitamente in commedia dell’arte, la verità trascende facilmente anche in vanagloria. Ma è un peccato veniale: “Cose del Mondo…” per citare Puccini.
Questo Amleto resta un capolavoro. Da vedere.
Magistrali gli attori a partire da Lars Eidinger, che è diventato icona di questo spettacolo e della Schaubühne in questi anni. Capolavori di questo tipo vivono solo grazie all’ensemble ed è qui che sta la forza, non nel singolo. Perciò tutti alla pari nelle lodi: Urs Jucker, Magdalena Lermer, Robert Beyer, Damir Avdić, Konrad Singer.
Teatro sempre esaurito dopo vent’anni. Successo pieno.
Raffaello Malesci (Martedì 6 Gennaio 2026)