Recensioni - Teatro

Ancona: Marco Polo e le città invisibili

Si alza il sipario sulla consueta e interessante stagione di prosa alle Muse di Ancona

Si comincia con un debutto in prima nazionale.

Lo spettacolo è Marco Polo e le città invisibili, tratto da Le città invisibili di Italo Calvino, una delle opere più suggestive della letteratura del novecento, pubblicata nel 1972.

Una nuova produzione di Marche Teatro in coproduzione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano e Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. Lo spettacolo ha provato ad Ancona e dopo le date alle Muse toccherà i palcoscenici di altre diciotto città italiane.

La riduzione in prosa organica e la drammaturgia sono di Edoardo Erba, che è riuscito con maestria ad adattare perfettamente il testo di Calvino e il suo universo sospeso tra realtà e immaginazione.

Regia, scene e luci sono di Giuseppe Dipasquale, che spiega bene l’intento di questo spettacolo: “Rileggere oggi Le città invisibili significa misurarsi con un’opera profetica, un atlante vertiginoso che scava nelle contraddizioni del nostro tempo prima ancora che accadessero. Il lavoro con Edoardo Erba e Luca Zingaretti è nato dalla necessità di incarnare quella straordinaria architettura poetica in un corpo a corpo vivo, dove la purezza visionaria di Calvino diventa azione scenica implacabile, capace di interrogare le nostre macerie interiori e consegnarci un’abbagliante bussola etica per il futuro”.

In un Oriente che è soprattutto un luogo della mente, un uomo si presenta alla corte di Kublai Khan dichiarando di essere Marco Polo. La sua identità è certa? È davvero il viaggiatore veneziano o un impostore? Il sovrano, inquieto di fronte a un impero immenso che sembra ormai sfuggirgli, lo sottopone a una prova: saranno i suoi racconti a decidere del suo destino.

La ricostruzione della corte è definita da una parete semicircolare di lamiere arrugginite e corrose, segnata da arcate prigioniere e sovrastata da una cupola metallica sospesa. Il pavimento è una vasta scacchiera bianca e nera (emblema del pensiero astratto di Kublai), al cui centro è impresso un grande mandala alchemico. Sullo sfondo un cielo notturno, dove ogni tanto vengono proiettate le immagini delle città che Marco Polo racconta. Suggestive le luci, raffinati come sempre i validi costumi di Stefania Cempini, efficaci le musiche di Germano Mazzocchetti.

Un’ora e mezza di spettacolo dove viene messo in risalto il rapporto tra Marco Polo e il Gran Khan, due modi diversi di guardare il mondo: da una parte il potere, che ambisce a conoscere, ordinare e possedere; dall’altra l’intelligenza del racconto, capace di immaginare ciò che ancora non si vede e di dare forma a nuove possibilità.

Luca Zingaretti brilla nel ruolo di Marco Polo, offrendo una prova attoriale sempre misurata, sapientemente attenta al gesto e alla parola, con un tono di voce morbido, avvolgente, disincantato.

Gianluigi Fogacci è un Gran Khan di spessore e di classe, che sa alternare austerità e ironia, con una sicurezza scenica senza sbavature ed eccessi da vero attore di teatro.

Arianna Primavera tratteggia con garbo e delicatezza l’Imperatrice con la sua ardente passione amorosa e il desiderio di salvare Marco Polo. Valido anche Massimo Reale, che interpreta Toi-Du con il giusto piglio, sia brillante che sbruffone. Strepitosa Camilla Diana nella parte di Matta, il buffone del Khan, un incrocio tra Rigoletto e Leporello: unisce energiche pose acrobatiche a battute alquanto sarcastiche.

Calvino nel 1983 in una conferenza a New York disse: “Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città” e ci colpisce come questa messa in scena riesca a parlare del presente, senza tralasciare l’originalità del testo iniziale. Tantissime le tematiche toccate come l’ambiente, la modernità, il progresso digitale, l’omologazione, la paura del diverso, dello straniero, il non sapere più apprezzare le piccole e genuine cose quotidiane.

Si esce dal teatro con spunti di riflessione e le parole dello scrittore ci sembrano proprio un monito per il nostro futuro: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Marco Sonaglia (Teatro delle Muse-Ancona 4 novembre 2026)