Al teatro Sociale una magistrale edizione del Lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill
La nuova produzione de Il lutto si addice ad Elettra firmata da Davide Livermore per il Teatro Stabile di Genova in coproduzione con il Centro Teatrale Bresciano è un dramma psicologico che progressivamente diviene un gioco al massacro, in cui ognuno dei protagonisti procede verso il suo tragico destino. Nella trasposizione in chiave americana che il drammaturgo Eugene O’Neill fece negli anni ’30 del secolo scorso dell’Orestea di Eschilo, non vi è possibilità di redenzione: questa moderna trilogia, i cui titoli sono: Ritorno, L'agguato e L'incubo, infatti non si chiude con l’intervento di Atena che riporta ordine e giustizia, ma la spirale di morte procede inesorabile.
La famiglia Mannon è un’evoluzione degli Atridi filtrata attraverso la psicanalisi freudiana. Odi, risentimenti e rancori trovano terreno fertile in un incrocio di rapporti malsani tra genitori e figli. A dominare sono il complesso di Edipo e quello di Elettra oltre all’insorgere di un legame ai limiti dell’incesto tra fratello e sorella dopo la morte del padre e della madre.
Livermore sceglie di sottolineare l’aspetto psicopatologico del dramma (tra genitori e figli, ma anche tra fratelli non si esita a baciarsi sulla bocca) trasferendolo dalla Guerra Civile americana ad un’epoca non meglio identificata, nonostante alcuni riferimenti agli anni ’50 del secolo scorso, perché alla fine sono le dinamiche interne e non il contesto esterno a contare realmente. I personaggi vengono rinchiusi in uno spazio angusto, claustrofobico, che più che un luogo fisico diventa uno luogo mentale, dalle architetture asimmetriche che ricordano l’iconografia espressionista del Gabinetto del dottor Caligari (non a caso una storia di follia in cui tutto nasce dalla fantasia del protagonista) all’interno del quale si consuma la tragedia familiare.
Ad enfatizzare ancora di più questa sensazione di straniamento è l’uso che viene fatto dei rumori, che vengono amplificati, dilatati ed associati a violenti cambi luce, come se la percezione sensoriale fosse accentuata e si riverberasse nella mente dei singoli con effetti quasi ipnotici, ricordando un’altra casa ed un’altra famiglia disfunzionale: gli Usher.
Non meno importanti sono le coinvolgenti musiche firmate da Daniele D’Angelo, presenti praticamente per tutta la durata dello spettacolo, che, come in un’opera lirica -ambito in cui Livermore è maestro- oltre a costituire una sorta di contrappunto emotivo, sottolineano gli snodi chiave del dramma.
Eccellente la distribuzione degli attori a partire da Christine e Lavinia, madre e figlia sul cui conflitto si basa l’intera vicenda, ovvero un’Elisabetta Pozzi tanto intensa ed immedesimata nel ruolo da riuscire a tratti convincere anche noi del pubblico del fatto che in realtà stia agendo in buona fede, e una magnetica Linda Gennari, totalmente concentrata nella sua forza prima distruttiva e poi autodistruttiva. Paolo Pierobon, seppure appaia solo alla fine della prima parte, è un Ezra che rimane impresso per autorevolezza ed incisività. Aldo Ottobrino è un Adam Brant in cui convivono la passione per Christine e il desiderio di riscatto per l’eredità negata, mentre Davide Niccolini e Carolina Rapillo -rispettivamente Peter e Hazel Niles- sono le uniche due figure portatrici di valori positivi.
Una nota a parte è necessaria per il personaggio di Orin Mannon: infatti, a causa di un malore dell’attore Marco Foschi, la replica al Teatro Sociale di Brescia di mercoledì 27 gennaio è stata interrotta al termine della prima parte, prima del suo ingresso in scena. Dopo quello che probabilmente è stato l’intervallo più lungo della mia carriera di spettatore teatrale, domenica 1 febbraio, grazie alla disponibilità del cast a recuperare la rappresentazione la sera, dopo aver sostenuto anche la pomeridiana, lo spettacolo riprendeva a partire dalla seconda parte ma, a causa del perdurare del problema di salute, la parte è stata recitata, in abiti borghesi e con il copione in mano, dallo stesso regista che, nonostante i limiti oggettivi che una soluzione del genere può comportare, si è rivelato interprete credibile ed in sintonia con il resto del cast.
Al termine un pubblico attento e partecipe ha accolto con entusiasmo uno spettacolo di forte impatto, di cui tra i tanti spunti mi ha colpito un particolare, forse trascurabile, ma che a mio avviso sottolinea come il teatro abbia il compito di raccontare, quando non anticipare, la nostra contemporaneità: nella scena della camera ardente di Ezra campeggia una bandiera americana in cui i colori rosso, bianco e blu sono sostituiti da diverse tonalità di grigio. Un’immagine di preoccupante attualità perché mai come adesso si ha la sensazione che sull’America, sempre più povera di colori, si sia posata una coltre plumbea.